Napolitano, bene 18 mesi per le riforme

Giorgio_Napolitano_sliderIl Governo è a termine riconosce il capo dello Stato. Poi aggiunge: ‘Su nodo legge elettorale bisogna uscirne’. Intanto il Pd apre al presidenzialismo

 

 

ROMA – Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano non indica scadenze temporali per il governo guidato da Enrico Letta anche se riconosce che si tratta di un esecutivo ”senza dubbio a termine”, visto come è nato e quale è la sua composizione. In ogni caso, i 18 mesi indicati dal premier quale tempo entro cui fare le tanto attese riforme istituzionali rappresentano ”un tempo appropriato”.

Incontrando come di consueto ieri i giornalisti nei giardini del Quirinale, aperti ai cittadini in occasione della festa del 2 giugno, Napolitano chiarisce innanzi tutto quanto detto sabato nel messaggio per la Festa della Repubblica. Quel dare appuntamento agli italiani al 2 giugno 2014 per avere un’Italia serena non significava indicare scadenze per il governo. ”Assolutamente no”, risponde Napolitano a chi lo sollecita in tal senso. Anche se non nasconde come il governo Letta, con la sua particolare composizione, sia stata ”una scelta eccezionale e senza dubbio a termine”. Una scelta, aggiunge con un senso di gratitudine verso le forze politiche, che ”comporta sacrifici per i singoli partiti”.

Il Capo dello Stato dice di vedere un Paese ”determinato a superare la crisi” e per questo invita le forze politiche, i partiti – quando parlano di riforme e di legge elettorale in particolare, della quale a più ripresa ha sollecitato il cambiamento – a non rimanere attaccati ”alla propria bandiera, al proprio modello”. Napolitano chiarisce che sul contenuto delle riforme ”non dirò nulla”, né oggi né in futuro ma, aggiunge riferendosi alle nuove regole elettorali, ”questa volta bisogna uscirne”. Ciò però non significa che si debba tornare per forza ”ad un proporzionale puro”, rileva.

Sabato scorso sul tema delle riforme era intervenuto direttamente il premier Letta. ”Non credo stia a me dire quale dovrà essere il modello per la prossima riforma costituzionale. Certo – aveva detto – dobbiamo rendere possibile che in Italia se ne tratti e lo faremo”. La settimana vissuta a metà aprile, con l’elezione del Capo dello Stato tramite le regole della costituzione vigente, ”è stata drammatica per la nostra democrazia” e ”la fatica della nostra democrazia – ha aggiunto – è emersa lì; tuttavia non credo potremmo più eleggere il Presidente della Repubblica in quel modo lì, perché assegnare l’elezione a mille persone non è più possibile”. ”Dobbiamo renderci conto – aveva concluso Letta – di come è cambiata la democrazia rappresentativa”.

Un’apertura al presidenzialismo, come da molti è stata interpretata – a partire dal segretario del Pdl Angelino Alfano – che Napolitano non vuole commentare. ”Resterò assolutamente neutrale – dice – ed ognuno ha le sue convinzioni”. In ogni caso la parola su questo è al Parlamento e al ‘comitato dei 40’, l’istituzione deputata ”ad entrare nel merito”.

Letta, sempre sabato, aveva ribadito che ”i 18 mesi che ci siamo dati è il tempo giusto per completare l’iter di riforme”. Concorda il Capo dello Stato, ”diciotto mesi sono un tempo appropriato per le riforme”. Si tratta di ”un processo molto complesso” e quindi è ”importante tenere il ritmo”. Napolitano è sicuro che ”da qui ad un anno si capirà a che punto siamo, e allora tra un anno sarà chiaro che l’Italia si è data una prospettiva più serena e sicura”.

L’apertura di Letta all’elezione diretta del Capo dello Stato è stata accolta con entusiasmo da Alfano. ”Noi lo diciamo da anni. Nella scorsa legislatura abbiamo pure presentato un disegno di legge in Senato”. Adesso, aggiunge, ”anche nel Pd arrivano dei significativi spiragli. Se riuscissimo a farla, sarebbe una grande prova di democrazia” e uno strumento per ”riavvicinare i cittadini alle istituzioni”. Il presidente della commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto non ha dubbi, la conseguenza delle parole di Letta ”è inevitabilmente il presidenzialismo”.

Critiche sono invece arrivate dal leader di Sel Nichi Vendola e dal giurista Stefano Rodotà. Il primo parla di ”sbandamento culturale” mentre il già candidato di M5S al Quirinale si dice ”stupito” dalle parole del presidente del Consiglio. Anche nel Pd c’è chi ha apprezzato la posizione di Letta e chi invece si mostra scettico. Favorevole è Matteo Renzi e interessato si mostra il segretario del partito, Guglielmo Epifani. Perplessa invece Rosy Bindi, e con lei la sinistra del partito, che invita Letta ad occuparsi di altro.

Caustico come al solito Beppe Grillo. Per l’ex comico genovese il governo ”fa solo proclami e si balocca con il presidenzialismo, la legge elettorale che verrà sotto gli occhi vigili di Napolitano, il falso taglio al finanziamento dei partiti (Letta perché non restituisci subito i 46 milioni di euro del tuo partito come ha fatto il M5S?), la legge per eliminare il M5S dal Parlamento, la nuova Costituzione e altre amenità”.

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