L’utopia del sapere enciclopedico in mostra

Biennale_VeneziaAlla 55° Biennale di Venezia curata da Massimiliano Gioni. Il Padiglione italiano e quello della Santa Sede

 

ROMA – L’utopia di raccogliere tutto il sapere umano, da quello letterario a quello antropologico, da quello delle scoperte ai mille rivoli delle speculazioni filosofiche, è alla base della 55° Biennale di Venezia e lo sottolinea il titolo scelto dal suo giovane curatore Massimiliano Gioni: “Il Palazzo Enciclopedico”.

La mostra si propone di aggiungere alle arti figurative altri campi del sapere e della  ricerca, in un’esposizione che comprende, oltre ad una complessa ed enorme selezione di lavori artistici, altre espressioni di diverse discipline, esplorazioni, ritrovamenti nei segreti cassetti di artisti e filosofi per prospettarci una riflessione sul ruolo dell’immagine e sulle sue continue relazioni con il sogno, con  le allucinazioni, soprattutto artificiali, che arrivano sempre più prepotenti nella nostra vita.

Non a caso ad aprire le due grandi sezioni, ai Giardini e all’Arsenale, sono posti il “Liber Novus” di Carl Gustav Jung, nel quale uno dei più grandi terapeuti del Novecento, per circa sedici anni a cominciare dal 1913, trascrisse le sue personali visioni accompagnate dalle interpretazioni e una maquette di quel progetto sulla possibilità di unire tutte le branche del sapere in un immenso edificio che l’autodidatta abruzzese Marino Auriti, emigrato negli Stati Uniti,  brevettò nel 1955.

L’immaginazione, dunque, come chiave del conoscere il profondo dell’animo umano attraverso sentimenti, angosce, sogni e ricordi, insieme alla presunzione di farlo con la catalogazione, il  collezionismo, la  conservazione, la tassonomia. La mostra pur essendo gigantesca e complessa si presenta semplice, chiara nella sua lettura. Il tema sotteso alla totalità delle opere è l’ossessione, la ricerca affannosa, non priva di angoscia, che coinvolge tutti  per conoscere il mondo e noi stessi: il tema complesso e affascinante rende giustizia all’arte togliendola dall’ambito di un intrattenimento visivo per restituirle un valore esistenziale.

Gli artisti invitati sono 150 provenienti da 37 paesi, pochi tra essi conosciuti, i più fanno parte di un immenso patrimonio per la prima volta mostrato al grande pubblico.

Il Padiglione italiano
Tra gli 88 padiglioni nazionali che completano questa Biennale quello dell’Italia presenta un progetto, affidato a Bartolomeo Pietromarchi, di grande respiro storico e visivo che punta sulla specificità della cultura del nostro paese, figlia di una stratificazione complessa che comprende l’eredità storica e l’attualità, la dimensione locale e quella internazionale.

Il progetto, dal titolo “Viceversa”, è un confronto a coppie tra 14 artisti, maestri riconosciuti e giovani emergenti. Modi e pratiche riconosciute sono tramandate nel tempo trasformandosi poeticamente. Tra i confronti più riusciti c’è quello tra Giulio Paolini e Marco Tirelli, il primo esponente dell’arte povera, il secondo del gruppo di Via degli Ausoni a Roma. Paolini riflette da sempre sul tema del fare arte, sulle sue coordinate, sui suoi mezzi, sulla prospettiva che anche qui ripropone in una visione di una quadreria settecentesca. Tirelli ricrea una personale grande wundercammer assemblando magicamente tanti suoi lavori, disegni e piccole sculture allargandone la prospettiva di un personale mondo privato ad una totalità universale.

Un altro confronto di grande efficacia è quello tra Elisabetta Benassi e Gianfranco Baruchello. La prima realizza un pavimento dissestato ma magicamente correlato allo spazio in cui è posto, costruito assemblando diecimila mattoni in argilla provenienti dall’alluvione del Polesine che riflettono non solo il tema dei detriti ma anche il ruolo che le immagini hanno nel riportarci al passato. Baruchello (vera riscoperta recente, sottolineata anche dalla sua presenza nella mostra principale ai Giardini dove sono esposte una serie di teche che realizzano “La Grande Biblioteca”, summa dei saperi universali opere legate in modo inequivocabile al tema generale della Biennale) qui ripropone uno dei suoi progetti più ambiziosi “L’Agricola Cornelia S.p.A”, una vera fattoria, sulle colline che circondano Roma perfettamente funzionante, modello di un’opera d’arte totale che riflette sul tema della natura e dell’eco-sostenibilità.

Il Padiglione della Santa Sede
E’ la prima volta che il Vaticano partecipa alla Biennale e lo fa con un progetto di grande efficacia visiva e culturale, non dimenticando di dare un preciso messaggio legato alla sua natura istituzionale. Le sale propongono un cammino attraverso la creazione, la decreazione, la ricostruzione parlandoci del passato, del presente, del futuro. La creazione è affidata a Studio Azzurro, con una installazione interattiva che ci parla dell’universo, del mondo animale e dell’uomo con l’introduzione del male, dell’affanno del vivere evocato dalle grandi figure sulle pareti che da una parte non riescono a comunicare il loro disagio perché sordomuti, dall’altra non riescono a uscire dai loro confini perché imprigionati nelle loro storie, nelle loro colpe. La decreazione è invece nelle bellissime e malinconiche foto che Joseph Koudelka ha scelto per mostrarci un mondo ferito, consumato che però porta ancora in sé tracce di bellezza. Ci ripropone infine la ricostruzione Lawrence Caroll che inserisce in grandi luminosi dipinti resti, detriti, in un desiderio di riparazione di trasformazione che si realizza “visivamente” anche in un lavoro di scongelamento che dà luogo a forme inusuali e sempre diverse, di rara potenza: il processo alchemico ci parla da sempre della utopica ricerca della pietra filosofale, della conoscenza.

(Maria Grazia Tolomeo)

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