In freezer le nomine nelle società pubbliche

mef-SLIDERIl rompicapo del vertice di Finmeccanica stoppa la giostra dei rinnovi. Tutti gli altri Cda in scadenza

 

 

ROMA – Il capo della polizia è stato fatto, come il presidente del Copasir e quello della Vigilanza Rai. Ma oltre a questo “assaggio”, nel backstage delle istituzioni e dei palazzi romani le trattative per il rinnovo dei vertici di importanti enti e società a partecipazione statale sembrano essere sospese. A dare lo stop è stato il ministro del Tesoro Saccomanni che ha rinviato al 2-3 luglio l’assemblea di Finmeccanica. Per riscrivere le “tavole della legge” per le nomine pubbliche.

Al neo ministro, proveniente dal mondo ovattato della Banca d’Italia ai cui vertici si accede per cooptazione, devono essere venute le vertigini di fronte a decine di consigli di amministrazione da rinnovare, con altrettanti nomi e pretendenti da indicare e “raccomandazioni” da evadere. Più o meno 200, senza contare le migliaia di municipalizzate, decine di agenzie nazionali, 68 consorzi, 32 istituti di ogni genere e tipo, una ventina di autorità, fondazioni e agenzie governative. Insomma una patata non bollente, di più, che Saccomanni non è certo in grado, e non ha nessuna intenzione di gestire autonomamente.

Se Finmeccanica è la pietra di paragone, conviene cominciare da lì. C’è da rinnovare infatti l’intero vertice del gruppo dopo il passaggio del ciclone Orsi, ovvero il presidente, l’amministratore delegato e due consiglieri di amministrazione dimissionari, Bonferroni e Streiff. L’ammiraglio Guido Venturoni non dovrebbe avere difficoltà a lasciare libera la poltrona di presidente. Per la sua sostituzione i nomi abbondano, da quello di Gianni Castellaneta, ora al vertice della Sace, a quello di Gianni De Gennaro, ex sottosegretario alla presidenza del consiglio. “In Finmeccanica credo che alla fine andrà il prefetto Gianni De Gennaro, che ha grandissimi rapporti negli Stati Uniti”. E’ l’opinione dell’uomo d’affari Luigi Bisignani, che di nomine se ne intende, intervistato da Radio 24.

Più delicata la posizione di Alessandro Pansa, oggi amministratore delegato e direttore generale. I bookmakers gli danno buone possibilità di conferma come ad, mentre alla direzione generale salgono le quotazioni di Giuseppe Zampini, attuale ad di Ansaldo Energia, le cui opinioni però in materia di dismissioni sono agli antipodi di quelle di Pansa.

Oltre alla Finmeccanica ci sono altri pezzi pregiati delle società di Stato da rinnovare, come la Sace (10 membri tra cda e collegio sindacale), il Fondo italiano di investimento (un presidente, 10 consiglieri, un ad e un collegio sindacale con un presidente due sindaci effettivi e due supplenti) la Sogin (5 esponenti in cda), o le controllate ditte del Tesoro: Sicot, Mefop e soprattutto Ferrovie dello Stato.

Nel gruppo FS, oltre alla capofila (dove la poltrona di Mauro Moretti, che vale 800 mila euro l’anno, è più che salda), ci sono in scadenza altre tre controllate: Rfi (Presidente uscente Dario Lo Bosco, amministratore delegato Michele Mario Elia), Fercredit (Presidente Clemente Carta, ad Luigi Lenci) e Italfer (Presidente Maria Rita Lorenzetti, ad Renato Casale).

Fin qui la partita società delle «condivise» tra Tesoro e Cdp. Ma nella lista ci sono anche altri pezzi pregiati: si parte con Invitalia (altri nuovi consiglieri, altre nove poltrone da piazzare), presieduta da Giancarlo Innocenzi, berlusconiano doc, con amministratore delegato Domenico Arcuri, di area Pd, e si prosegue con la Mefop (sviluppo fondi pensione), la Sicot (società di supporto e consulenza del Tesoro) e la Sogin (Società che si occupa di smaltimento delle scorie nucleari: un presidente, un ad, un collegio sindacale e un organo di vigilanza). In totale una trentina di poltrone.

Una vera manna, insomma, per lobbies, politica e potentati finanziari. Al punto che il parlamentare del Pd, il prodiano Sandro Gozi, con un’interrogazione al presidente del Consiglio, proprio nei giorni scorsi, ha chiesto di fermare le lancette delle nomine per riscrivere criteri e procedure per designare i vertici delle società pubbliche, ma anche tutti quegli Enti riconducibili a vario titolo ai ministeri.

C’è poi l’altra torta allettate, quella degli Enti previdenziali, in cima ai quali c’è naturalmente l’Inps, saldamente presidiato da Mastropasqua. Subito dopo l’Inail: entrambi scaduti a fine aprile. Il riordino del 2010, infatti, ha abolito il consiglio – le cui funzioni sono andate in capo al presidente – ma ha mantenuto l’organo collegiale di controllo e vigilanza e che prevede oltre a un presidente, un vice e ben 26 consiglieri (24 per l’Inail): in totale 50 poltrone da sempre terra di conquista non solo di partiti, ma soprattutto di sindacati, e più in generale delle parti sociali.

E così al vertice dell’organo di Vigilanza dell’Inps, dal 2003, siede Guido Abbadessa, già segretario generale della Fil-Cgil, mentre il vice è Alessandro Vecchietti (welfare Confcommercio) e tesoriere Rocco Carannante della Uil. Stessa musica all’Inail dove il presidente è Francesco Lotito, ex segretario generale della Uil, e il vice è Fabio Pontradolfi scelto tra i rappresentati dei datori di lavoro.

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