Riforme, ineludibili, ma la strada è scivolosa

Giorgio_Napolitano_sliderContinua il pressing di Napolitano. Il governo vara il ddl e detta il crono programma non esente da imprevisti

 

ROMA – Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano continua a spingere sulle riforme, consapevole che proprio l’eccezionalità di questo governo – a partire dalla sua composizione – mette obbligatoriamente insieme forze politiche distanti fra loro e le costringe ad affrontare un tema così delicato e da sempre generatore di divisioni e scontri.

E’ vero, in passato le esperienze delle varie commissioni di ”saggi’ (da ultima la bicamerale di D’Alema), per loro natura espressione della pluralità politica, non hanno prodotto granché. Ma oggi l’occasione, proprio con il governo delle larghe intese, potrebbe essere arrivata. Da qui allora il pungolo (e avvertimento nello stesso tempo) del Capo dello Stato, secondo il quale non bisogna diffondere pessimismo sulla riuscita delle riforme. In sostanza un invito – diretto sì ai 35 ‘saggi’ che ieri si sono riuniti con lui al Quirinale ma anche più generalmente alle forze politiche – a far in modo che il calcolo politico, l’interesse di parte non prevalgano sul progetto complessivo di riforma. Anche se le variabili politiche, se non partitiche, sono sempre dietro l’angolo e rendono scivoloso anche un tema come questo delle riforme, sul quale tutti riconoscono la necessità di intervenire.

Le nuove regole istituzionali rappresentano un ”inconfutabile e ineludibile bisogno”, ha detto ieri Napolitano che in questa sua azione e’ affiancato e sostenuto dal presidente del Consiglio Enrico Letta. Il premier non c’è dubbio che abbia scommesso sulle riforme, considerandole passaggio fondamentale per la prosecuzione o meno del suo governo. Un governo nei confronti della cui durata il Capo dello Stato, viene chiarito dallo stesso Colle, non ha mai indicato alcun termine o scadenza.

Il percorso stringente definito dal Consiglio dei Ministri per il varo delle modifiche alla Costituzione e di una nuova legge elettorale – che potrebbe portare ai risultati sperati ad ottobre 2014, prima degli ormai famosi 18 mesi indicati come tempo limite dallo stesso premier – indica la volontà di dare vita a ciò che da oltre trent’anni, in varie forme, si tenta di fare.

L’incontro di Napolitano con i ”saggi’ incaricati di formulare proposte di riforma che spetterà poi alla politica trasformare in nuove regole e’ servito per ribadire, se mai ci fossero stati dubbi, il carattere di serietà dell’intervento.

”Se in periodi e contesti politici così diversi – avrebbe detto Napolitano come riferito da Stefano Ceccanti, uno dei componenti il comitato – il tema delle riforme e delle modifiche costituzionali e’ riemerso e divenuto oggetto di confronto e’ perché in ultima istanza riforme, modifiche, adeguamenti, ripensamenti dell’ ordinamento della Repubblica rappresentano un inconfutabile e ineludibile bisogno”.

Letta, dal canto suo, e’ consapevole che sul tema non e’ possibile permettersi fallimenti e ha ribadito, sempre secondo quanto riferito da Ceccanti, ”l’importanza delle riforme anche per la credibilità europea in Italia”. Ancora, il premier ha richiamato ”la lezione di Roberto Ruffilli: rendere sempre più il cittadino arbitro delle istituzioni”.

Intanto, con il varo del ddl costituzionale che disegna l’iter delle riforme, il governo fa scattare il ‘cronoprogramma’ disegnato per completare l’opera entro 18 mesi. Per questo disegno di legge il ministro delle Riforme Dario Franceschini ha annunciato che chiederà alle Camere una procedura d’urgenza, in modo da avere entro ottobre il via libera. Da quel momento in poi, terminato il lavoro dei ‘saggi’, comincerà quello vero e proprio di scrittura delle nuove norme su bicameralismo, su forma di Stato e di governo e sulla legge elettorale. Un lavoro che verrà svolto da un altro Comitato, quello dei 40, composto da 20 deputati e 20 senatori, e che avrà tempo fino alla fine di febbraio per presentare i testi in Aula. Poi, come detto dal ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, ”e’ ipotizzabile che la prima lettura della Camera avvenga entro fine maggio 2014, la prima lettura del Senato per gli inizi di settembre e per l’ottobre 2014 si possa prevedere l’approvazione definitiva della riforma”.

Questo il programma sulla carta, che non può però ovviamente prevedere gli ostacoli politici, diretti e indiretti, che verranno messi fra le ruote della macchina riformatrice. Le prime perplessità sono arrivate sul ‘cronoprogramma’ messo a punto dal governo, che secondo alcuni limiterebbe il lavoro e soprattutto la libertà del Parlamento. Problemi anche per come inserire in questo quadro una legge sul conflitto di interessi, che soprattutto il Pd vuole venga definita in parallelo con le riforme. Per non parlare poi del dibattito, già singolarmente avviato pur in mancanza di una indicazione sull’ipotetico nuovo assetto, sul semipresidenzialismo.

Freni al processo riformatore potrebbero anche arrivare indirettamente dalle discussioni, dai dibattiti (in alcuni casi scontri veri e propri) in atto nei partiti. In particolare nel Pd. L’attivismo del sindaco di Firenze Matteo Renzi, più o meno dichiaratamente impegnato nella corsa alla segreteria del Partito democratico provoca fibrillazione.

All’interno del partito sono ancora da verificare i consensi per il ‘rottamatore’, la cui leadership rappresenterebbe senza dubbio la rottura drammatica di un assetto comunque governato e figlio della transizione Pci-Pds-Ds ed oggi Pd. Analogamente all’esterno una eventuale ascesa di Renzi alla guida del partito potrebbe compromettere il già delicato equilibrio di governo. Lo ha detto chiaramente il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta: con Renzi, ne e’ sicuro l’ex ministro, il Pd si spaccherebbe e questo provocherebbe l’automatica caduta del governo.

Ma non e’ solo la tenuta del Pd a preoccupare Letta in chiave di stabilità di governo e quindi di realizzazione delle riforme. Silvio Berlusconi e’ in attesa dell’esito di alcuni processi, in particolare di quello Mediaset. L’ex premier e’ stato condannato in appello a 4 anni di reclusione più l’interdizione dai pubblici uffici. Ma c’è un ricorso pendente davanti la Corte Costituzionale per il presunto diritto negato a Berlusconi di avvalersi, in una udienza del 2010, del legittimo impedimento. Se la Consulta darà ragione al Cavaliere probabilmente processo azzerato e nessun problema per la stabilità del governo. Se invece dovesse riconoscere che non aveva diritto al legittimo impedimento e la sentenza della Cassazione (probabile prima della fine dell’anno) dovesse confermare la condanna, questo comporterebbe l’automatico decadimento di Berlusconi da parlamentare con conseguenze politiche facilmente immaginabili (ritiro dal governo, già minacciato dai ‘falchi’ del Pdl).

E’ insomma una strada non facile quella che dovrebbe portare alle riforme. Complessa e difficile per la delicatezza dei temi da affrontare, scivolosissima per le condizioni politiche che si potrebbero venire a creare per un motivo o per l’altro. Napolitano e Letta stanno tentando di gestire il processo nel migliore dei modi possibile, con il buon senso e l’equilibrio che li caratterizzano. Ma non dipende solo da loro.

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