Per una volta, siamo tutti berluscones

Berlusconi_slider_terIl capo del Pdl dice all’Europa che o si rimette in moto il motore dell’economia o la costruzione europea rischia il collasso

 

ROMA – L’antiberlusconismo (come il suo equivalente speculare berlusconismo) è una brutta malattia che una volta contratta è difficile da curare. E’ una specie di disturbo bipolare che, come insegna la teoria cognitiva, con il passare del tempo porta a convincimenti radicati, più o meno aderenti alla realtà, che hanno come conseguenza ultima pensieri del tutto automatici.

Prendete l’ultimo episodio. Berlusconi fa sua la diagnosi unanimemente condivisa di una crisi recessiva della nostra economia che non ha precedenti e sta portando il Paese ad una deriva pauperistica che si avvita su se stessa. E’ “una crisi peggiore di quella del ’29 e si sta rivelando più difficile da gestire”, ammette sinistramente il ministro del Tesoro.

Di fronte dunque ad una situazione di gravità eccezionale, che in quanto tale richiederebbe terapie non convenzionali (Roosevelt ottant’anni fa fece la “rivoluzione” del New Deal), l’ex premier ha detto: ”Bisogna che il governo sappia con autorevolezza ingaggiare un braccio di ferro, senza strepiti ma con grande risoluzione, allo scopo di convincere i paesi trainanti dell’Europa, e in particolare la Germania di Angela Merkel, che siamo di fronte a un’alternativa secca: o si rimette in moto in forma decisamente espansiva il motore dell’economia, compreso quello finanziario legato alla moneta unica, uscendo dalla paralizzante enfatizzazione della crisi da debito pubblico, oppure le ragioni strategiche della solidarietà nella costruzione europea, dall’unione bancaria a tutto il resto, si esauriscono e si illanguidiscono fino alla rottura dell’equilibrio attuale”.

Berlusconi ha espresso il suo pensiero nel modo manicheo e muscolare che gli è congeniale. Ma il concetto è lo stesso ripetuto da anni da economisti illustri e Premi Nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, da capi di Stato come David Cameron e Shinzo Abe, da famosi editorialisti come Wolfgang Munchau del “Financial Times” o Mervyn King del “Guardian”, dai capi dei sindacati di tutta Europa e dagli industriali che vedono oramai nella strage delle loro aziende le premesse di una rottura sociale (“Penso che nelle piazze scenderà chi non ha lavoro. Noi dobbiamo mettercela tutta per evitare che questo succeda”, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi; “Senza prospettive per il futuro, l’unica prospettiva diventa la rivolta. Le istituzioni democratiche vengono contestate e possono arrivare alla dissoluzione quando non riescono a dare risposte”, il leader dei giovani imprenditori Jacopo Morelli).

Grida di allarme dunque ancora più drammatiche di quelle di Berlusconi. E come risponde il governo? Letta: “Restiamo fedeli agli impegni sottoscritti in Europa in tema di bilancio. Entro questi limiti cercheremo le risorse per le riforme necessarie”. Saccomanni: “Molti degli euroscettici hanno avuto il loro tempo per fare un braccio di ferro con Angela Merkel, evidentemente non gli è riuscito tanto bene”. Con questa battuta, considerata spiritosa, e con le solite accuse di populismo e di demagogia, i responsabili della nostra politica economica considerano evidentemente il problema risolto.

Anche perché assolti da “nonno” Eugenio che nella sua predica domenicale ha ammonito: “L’Italia fuori dall’euro non avrebbe altra possibilità che trasformare la moneta nazionale, il risparmio, il valore dei patrimoni, i tassi di interesse, i profitti, l’occupazione, e insomma l’intera nostra vita materiale in un pascolo della speculazione mondiale, in un terra di nessuno dove i più forti dettano la legge”.

Giusto, ma ci dovrebbe spiegare anche chi le detta oggi le regole? Chi ha fatto dello spread e delle agenzie di rating gli unici giudici e arbitri della salute delle nazioni? Come ha fatto l’Italietta per cinquant’anni senza euro a salire fino al quinto posto nella classifica mondiale dei paesi industrializzati? Com’è possibile che nei dieci anni successivi abbiamo perso le nostre migliori aziende, milioni di posti di lavoro, miliardi di investimenti anche di imprese multinazionali e circa dieci punti del nostro prodotto interno lordo?

Per questi motivi – di fronte alla furbizia un po’ democristiana di Enrico Letta che, sfidando le leggi della coerenza, rivendica l’autonomia sovrana del nostro governo e contemporaneamente promette di mantenere tutti gli impegni comunitari in materia di bilancio – ci sentiamo di condividere, nella sostanza se non nel metodo, le idee di Berlusconi. D’altronde, come diceva anni fa un nostro illustre collega del New York Times: “The only sure weapon against bad ideas is better ideas”.

Abbiamo detto e scritto più o meno le stesse cose in epoca non sospetta: “La battaglia donchisciottesca di Barack Obama e di quanti provano a cambiare le anomalie più inique dei mercati si sta rivelando una riforma dai piedi d’argilla. La resistenza del ‘mostro’ a qualsiasi cambiamento ha battuto sul nascere ogni tentativo vero o presunto. L’inefficienza del Financial Stability Board non sta tanto nel non aver dettato nuove regole per uscire dalla crisi ed evitare che si ripetesse in futuro, ma proprio nelle regole non fatte, o peggio fatte al contrario per ‘normalizzare’ quelle tecniche e quei prodotti finanziari che avevano ‘avvelenato i pozzi’.”

Siamo per questo arruolati d’ufficio nell’esercito dei berluscones? Chissenefrega! Non lo siamo mai stati, come non siamo mai stati bersaniani, o lettiani, o grillini, e la nostra indipendenza l’abbiamo dimostrata da quando siamo nati e non dobbiamo quindi mostrare patenti o credenziali a nessuno.

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