I bollettini della crisi, come in guerra

Grande_depressioneDrammatici annunci su disoccupazione, Pil e pressione fiscale. I ‘pannicelli caldi’ allo studio del governo

 

ROMA – Durante la seconda guerra mondiale, ogni giorno, puntualmente alle 13, il Comando supremo delle Forze Armate pubblicava via radio il Bollettino sull’andamento delle operazioni militari nei vari teatri di guerra. A scorrerli oggi non ce n’è uno, neppure alla vigilia della disfatta, che parli di battaglie perse, di ripiegamenti, di aerei abbattuti o di navi affondate. Le nostre truppe erano sempre eroicamente all’attacco e il loro spirito era “alto e indomito”.

In un parallelo immaginario con l’attuale situazione del Paese, si potrebbero trovare alcune inquietanti analogie. Innanzitutto anche oggi ci troviamo sull’orlo di un baratro (economico questa volta, fortunatamente). Anche oggi il Comando supremo (il Governo) emette comunicati e rilascia dichiarazioni quotidiane in cui, pur riconoscendo la gravità della situazione, illustra le “efficaci” misure di imminente realizzazione che ci faranno uscire dalla crisi (!).

In fondo non ci sono poi tante differenze: allora andavamo con le scarpe di cartone e il moschetto 91 nelle steppe russe o nel deserto di El Alamein; oggi curiamo con le pasticche di aspirina (sgravi sulle assunzioni dei giovani, semplificazione dell’apprendistato, sconto sui pagamenti dilazionati all’Inps, autorizzazione unica per gli insediamenti produttivi, tutte misure contenute in un roboante “decreto del fare”) una malattia letale che ci sta divorando giorno dopo giorno.

No, però forse ci sbagliamo, una differenza c’è col passato: non c’è più il Minculpop che allora proibiva di pubblicare notizie “disfattiste” o allarmistiche. Oggi invece siamo sommersi dalle informazioni: istituti di ricerca, centri studi, sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori, associazioni di categoria, media, social network, blog, ognuno pubblica il proprio bollettino. E sono tutti immancabilmente e realisticamente bollettini di guerra.

Oggi è l’associazione nazionale dei commercianti a dirci che “i consumi non sono andati mai così male in 70 anni di vita della Repubblica. A causa della crisi, ogni famiglia italiana ha registrato una riduzione del proprio potere d’acquisto di oltre 3.400 euro. Nel primo trimestre di quest’anno hanno chiuso i battenti più di 40 mila imprese e la pressione fiscale è divenuta insopportabile, con un costo per le pmi di 10 miliardi l’anno”. 

Ieri era stato il presidente della Confindustria a rendere noto che anche a maggio la produzione industriale era calata dello 0,3% pari ad una flessione del 4,6% su base annua. L’ultima variazione mensile positiva si era avuta nell’agosto di due anni fa. Nella necrologica rubrica de Il Sole 24 Ore sulle imprese fallite, siamo già arrivati a 6840 dall’inizio dell’anno, con una media di cancellazioni di 45 imprese al giorno. “Se il rigorismo e l’austerità – ha detto finalmente Giorgio Squinzi abbandonando il suo solito aplomb – mettono in ginocchio la tenuta sociale e il patrimonio delle nostre imprese affinché altri possano fare shopping portandosi a casa i nostri pezzi migliori a prezzi di saldo, allora la soluzione si trasforma in problema e noi dobbiamo dire di no. Serve un cambiamento radicale della politica europea, perché di solo rigore si muore”.

Poi c’è l’Istat che con il suo algido bollettino ci informa  che nel primo trimestre del 2013 il tasso di disoccupazione è balzato al 12,8% (con una crescita di 1,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Si tratta del livello più alto dal primo trimestre del 1977, quando sono iniziate le rilevazioni trimestrali. In totale il numero dei disoccupati nel primo trimestre di quest’anno è stato pari a 3 milioni 276 mila. Ma i dati dell’Istat evidenziano anche un record della disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni, che tocca nel primo trimestre il 41,9%.

E la Banca d’Italia? Non si tira indietro nel denunciare il crollo dei prestiti alle imprese che, su base annua, sono diminuiti di quasi il 4%. Un recente studio di Standard&Poor’s stima che i minori prestiti alle imprese in Italia negli ultimi 18 mesi siano diminuiti di circa 60 miliardi di euro. Una gelata che sta strangolando il nostro sistema produttivo.

Risultato? Il nostro prodotto interno lordo, che nel 2012 aveva già perso il 2,4%, nel primo trimestre di quest’anno è stato trascinato al ribasso oltre le previsioni, perdendo la stessa cifra percentuale su base annua, nonostante la favoletta della fine del tunnel che ci aveva raccontato Mario Monti. Si tratta del settimo trimestre consecutivo in recessione e nulla autorizza a pensare che non si continui di questo passo. Anche perché continuano a calare i consumi finali e gli investimenti fissi lordi, così come le esportazioni e le importazioni, scese rispettivamente dell’1,9% e dell’1,6%. Persino l’Ocse, che di solito non affonda mai il coltello nella piaga, ha rivisto al ribasso le previsioni del nostro Pil, portandolo da  -1,5% a -1,8%.

Se questa narrazione non è la cronaca di una disfatta annunciata, cos’altro è? Non l’ha capito soltanto il governo in carica, ipnotizzato dal pareggio di bilancio e sotto il rigido tutoraggio della Banca d’Italia e soprattutto della Bce, che prepara placebi per il Consiglio europeo di fine giugno, illudendosi di resuscitare con quelli il Paese moribondo.

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