Il dossier Filctem-Cgil, un cimitero di aziende

Videocon_sliderPiù di 180 mila lavoratori coinvolti nella crisi dei settori chimico, tessile, energetico e manifatturiero

 

 

ROMA – Un interminabile elenco di nomi, dati, cifre. ‘Allarme lavoro’ è il dossier elaborato dalla Filctem-Cgil nazionale sulla crisi di imprese, comparti e aree industriali di pertinenza della categoria dei chimici, tessili, energia e manifatture della Cgil. Un report sul dramma collettivo che dal 2008, tra licenziamenti, mobilità, cig, processi di ristrutturazione, ha già coinvolto più di 180.000 lavoratori, e che sembra non avere fine.

Innanzitutto Vinyls, il gruppo chimico del ciclo del cloro, fallimento previsto il 27 giugno, da quattro anni in amministrazione straordinaria, con 500 addetti ripartiti nei tre stabilimenti di Porto Torres, Porto Marghera e Ravenna, che diventano il triplo con l’indotto. La vertenza Vinyls è diventata un simbolo: dall’occupazione durata un anno dell’isola dell’Asinara (‘l’isola dei cassaintegrati’), all’arrampicata a 110 metri d’altezza sulle torce spente del polo petrolchimico della laguna di Venezia. Di recente, dopo innumerevoli vicissitudini che hanno visto acquirenti fantasma (prima gli arabi della Ramco, poi gli svizzeri del fondo Gita) e false illusioni alimentate dagli ultimi governi, con gli impianti sempre fermi e i lavoratori per molti mesi senza stipendio, il sindacato ha chiesto la prosecuzione della cig straordinaria e l’apertura di un negoziato con i soggetti interessati (“Oleificio Medio Piave”, “Mossi & Ghisolfi”).

Sempre nell’area industriale veneziana, si contano le difficoltà della raffineria Eni, le chiusure di Montefibre, Dow Chemical e Sirma, le crisi di Solvay, Pilkington, Pansac International e Reckitt Benckiser, le difficoltà dei distretti del vetro di Murano e del calzaturiero di Riviera del Brenta: in totale, nell’arco di un quinquennio, sono finiti in mobilità oltre 24.000 lavoratori. Non meno grave la situazione del Sulcis Iglesiente: Carbosulcis, Rockwool, Portovesme, Rwm, Ssb, Sarmed, Abbanoa, Enel, tutte società coinvolte in processi di ristrutturazione che, se non scomparse del tutto,  hanno lasciato per strada centinaia di lavoratori.

All’interno del polo chimico di Ferrara si collocano l’impianto di servizi e attività e il centro di ricerche ‘Giulio Natta’ (per un totale di 850 unità) di Lyondell Basell, la multinazionale olandese-americana, che a metà dello scorso gennaio ha annunciato un drastico ridimensionamento del sito (dove ogni anno si producono i due terzi dei brevetti internazionali del gruppo), accompagnato da 105 esuberi, nonostante i ricavi per 51 miliardi di dollari. I sindacati temono si tratti del primo passo di un vero e proprio smantellamento. In ballo c’è soprattutto il destino di un centro di ricerca che costituisce il più grande sito al mondo per lo sviluppo e la produzione di catalizzatori. Lyondell Basell faceva anche parte del polo chimico ternano. Poi, a fine 2011, quell’impianto (con 70 addetti) ha chiuso, e successivamente sono finiti in commissariamento o in amministrazione straordinaria Treofan, Meraklon spa e Meraklon Yarn. Completano la panoramica sui poli chimici i ridimensionamenti avvenuti nelle aree industriali di Siracusa e Gela.      

Sette anni dopo, la battaglia continua. È il caso della Videocon (ex Videocolor) di Anagni, del gruppo francese Thomson, leader nella produzione di cinescopi per televisori, chiusa nel 2005 dopo una lunga serie di ristrutturazioni. Gli acquirenti indiani Videocon si erano impegnati alla riconversione alla nuova tv al plasma, con l’ausilio di sindacati, governo e Regione Lazio, attraverso un contratto di programma di 56 milioni.

L’operazione non è andata in porto e nel 2012 l’azienda è finita in tribunale per fallimento. L’ennesima brutta notizia per i 1.095 dipendenti rimasti è che, recentemente (14 giugno 2013), tutti i lavoratori – terminata la lunga cassa integrazione prevista – sono stati messi in mobilità. I sindacati si battono per realizzare “l’area di crisi” e un accordo di programma che dia risposte alle 160 manifestazioni di interesse ad investire nel territorio e ad rioccupare i lavoratori ex Videocon. Ma in crisi è tutta l’area industriale di Frosinone: su 65 aziende (chimiche-farmaceutiche e manifatturiere), 45 sono in difficoltà, con più di 5.000 persone coinvolte su un totale di 9.000. I lavoratori finiti in mobilità negli ultimi due anni sono 744.

Altra vertenza ‘storica’ è quella dell’Omsa di Faenza, il celebre marchio di calze di proprietà della Golden Lady, che nel 2009 ha chiuso lo stabilimento e trasferito parte della produzione in Serbia. Grazie alla lotta delle 340 dipendenti (poi ridotte a 229) e all’impegno di sindacati e istituzioni si è trovato un accordo di nuova industrializzazione del sito con Atl, azienda del legno che ha assunto 145 lavoratrici a conclusione di un processo di riqualificazione professionale. Resta aperta la ricollocazione di 84 addette, attualmente in cig in deroga. Nel 2011 Golden Lady ha chiuso l’impianto di Gissi (Chieti), mettendo nei guai 380 persone, solo in parte (220) riassorbite nel tessile-calzaturiero.

“Nerviano Medical Sciences”, in provincia di Milano, è il più grosso centro di ricerche e sviluppo di farmaci oncologici in Italia e uno dei più importanti d’Europa. A seguito della crisi e del debito creato dalla precedente proprietà, l’azienda è a forte rischio fallimento, con drammatiche conseguenze per il personale (600 fra tecnici e ricercatori). Da tempo i sindacati chiedono l’intervento del governo ed è previsto anche un incontro – l’ennesimo –  alla Regione Lombardia.

Veniamo alle situazioni più recenti. Dopo l’annuncio della chiusura dello stabilimento di Bari-Modugno della “Bridgestone”, la multinazionale giapponese dei pneumatici, sono in corso riunioni al ministero dello Sviluppo economico per trovare soluzione alla vertenza, che si preannuncia tutta in salita: a rischio, il lavoro di 950 operai. La Shell, una delle storiche ‘sette sorelle’ petrolifere, mette in vendita in Italia una serie di attività collegate alla rete, alla distribuzione logistica e al settore Avio: una scelta  che, se confermata – temono i sindacati – scorporerebbe le attività più fruttifere da altre a più bassa redditività.

Il gruppo energetico tedesco E On., proprietario della centrale di Fiume Santo (Sassari), pur continuando a guadagnare (70 milioni di utili nel 2012) non dà corso all’investimento previsto di costruzione del nuovo complesso a carbone, in sostituzione dei gruppi a olio combustibile, obsoleti e inquinanti: l’effetto immediato è la richiesta di 120 esuberi su 245 unità. È un po’ quello che sta accadendo al centro diagnostico della Bracco, a Milano, dove la società farmaceutica e i suoi azionisti incassano 20 milioni e minacciano di licenziare 130 persone. Infine Air Liquide (1.500 dipendenti) sta riorganizzando il comparto industrial merchant  (gas in bombole), con il rischio annunciato dal management di 210 esuberi. Il sindacato si oppone a questa scelta e ha aperto il confronto.

Completano il quadro le vertenze Medtronic-Invatec, Ashai Glass Company, Owens Illinois, Ideal Standard, Azimut-Benetti, Eurallumina, Miroglio, Nardelli, Stefanel, Ferrè, La Perla, ultima in ordine di tempo per la quale è stato firmato al ministero del Lavoro un accordo-ponte per due anni di cassa integrazione straordinaria per riorganizzazione aziendale (500 i dipendenti coinvolti). Senza dimenticare la crisi del comparto farmaceutico, che negli ultimi cinque anni ha perso 10.000 posti di lavoro, tra Sigma Tau, Pfizer, Corden Pharma, Sanofi Aventis, Takeda, Bristol Myers Squibb, Menarini, AbbVie, tutte società investite da forti ridimensionamenti. Di più: proprio recentemente la “Merck Sharp & Dhome” ha annunciato la chiusura del sito di Pavia, mettendo a rischio 270 lavoratori.

Non meno delicata è la situazione della raffinazione italiana, dove – su 22.000 addetti tra diretti e indotto – in 6.000 rischiano il posto. Altrettanti sono i lavoratori interessati nell’indotto chimico con il dramma della Sardegna (Ottana Energia e Ottana Polimeri). Anche all’Eni le attività industriali in Italia (chimica, raffinazione, gas) sono tutte in difficoltà.

La stessa Saipem (controllata Eni, che opera nel campo dell’esplorazione, costruzione, ingegneria e “off shore”) annuncia, per la prima volta negli ultimi dieci anni, un forte passivo di bilancio da far temere per l’occupazione. Non ultime vanno ricordate le criticità del comparto termoelettrico e dei cicli combinati a gas, con i casi Edison, Enel, Cofely, E.On., A2A, Tirreno Power e quelle del comparto ceramica, piastrelle e materiali refrattari nei distretti di Modena, Reggio Emilia, Sassuolo, Imola, Faenza e di Civita Castellana, nella Tuscia.

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