Il caso della Indesit destinato a fare scuola

Indesit_sliderUn’azienda in buona salute delocalizza gli impianti e mette in cassa integrazione 1.425 lavoratori


 

 

ROMA – Si apre dopodomani al ministero dello Sviluppo Economico l’ennesimo tavolo per un’azienda in crisi. Questa volta tocca alla Indesit e al suo piano di ristrutturazione che comporta 1425 esuberi. C’è da chiedersi perché il nostro giornale, notoriamente glocal, si occupa della chiusura di due stabilimenti nelle Marche, al pari di quel che succede, ahinoi, in ogni parte d’Italia?

Perché quello della Indesit col passare dei giorni va assumendo sempre più i connotati paradigmatici della crisi industriale italiana. Non si tratta infatti di un gruppo in default, che presenta deficit di esercizio mostruosi, che perde irreversibilmente quote di mercato, che muore schiacciato dai debiti.

Niente affatto. Il bilancio 2012 appena approvato presenta un utile di 62,3 milioni (erano 58,8 l’anno prima), un fatturato di 2,87 miliardi di euro (+2,1% sul 2011) e distribuisce ai suoi soci un dividendo di 0,20 per azione, inferiore di pochissimo a quello dell’anno scorso. In più il suo presidente e amministratore delegato, Marco Milani, ha visto aumentare il suo compenso milionario proprio in virtù della ottima performance del gruppo.

Lo stesso Milani, incassato il premio, ha definito “inevitabile” il piano di ristrutturazione aziendale e il licenziamento dei lavoratori degli stabilimenti di Melano e Albacina (Fabriano-Ancona), i quali sono scesi immediatamente in sciopero, insieme ai colleghi dello stabilimento nel casertano, indossando una t-shirt col la foto di Vittorio Merloni (l’ex presidente ormai anziano e malato) e la scritta “ci manchi”. Il resto della famiglia, che pur possiede ancora il 42,4 del gruppo, come si dice a Roma, “s’è data”.

Allo sciopero l’azienda ha risposto con la serrata dei due stabilimenti marchigiani, dal momento che è «impossibile approvvigionare correttamente le linee produttive». È per questo che Indesit Company si è vista «costretta – dice una comunicazione ai lavoratori – ad effettuare il fermo produttivo». L’attività lavorativa «riprenderà regolarmente domani, 2 luglio».

E il giorno dopo si vedranno tutti a via Veneto, per dirsi cosa? Quel che l’azienda aveva da dire l’amministratore delegato l’ha ribadito ieri sera al ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, confermando il piano dei 1425 esuberi in tutta Italia. Chi era presente alla riunione racconta di un clima che non è da muro contro muro, ma anche che Milani ha ribadito che il piano di salvaguardia e razionalizzazione del gruppo in Italia è inevitabile. Intanto procedono a ritmo forzato i lavori per il completamento dello stabilimento Indesit in Turchia dove verranno trasferite alcune produzioni.

I rappresentanti sindacali di quei 1425 che avranno da replicare? In un comunicato congiunto Fiom, Fim e Uilm accusano Indesit di «comportamento antisindacale». E allora? Qualche giudice del lavoro, nel migliore dei casi, condannerà sicuramente l’azienda a risarcire i lavoratori per la serrata e comminerà una multa, più o meno salata, mentre la diocesi organizzerà una fiaccolata di solidarietà. Ma i 1425, si può star certi, prima o poi andranno ugualmente a casa.

Il presidente degli industriali italiani, Giorgio Squinzi, non se la sente di condividere sic e simpliciter la posizione dell’azienda e, salomonicamente, spera che «si possano trovare soluzioni che non danneggino i lavoratori e che non distruggano l’occupazione nel nostro Paese». Sì, ma come?

Se la legge del mercato è solo quella globale dove l’allocazione dei fattori di produzione avviene esclusivamente in base alle convenienze economiche, non c’è salvezza né per i 1425, né per le migliaia di dipendenti delle circa 200 aziende in crisi già in bella mostra sul tavolo del ministero, né, in una prospettiva forse più lontana, per l’industria manifatturiera europea. Fin tanto che il Wto, l’Ocse e gli altri organismi internazionali non avranno messo mano seria all’armonizzazione delle condizioni produttive e avranno ristabilito regole di concorrenza erga omnes, avrà voglia Zanonato ad aprire tavoli di salvataggio. Incontrerà sempre un amministratore delegato che gli risponderà “questo è il mercato, bellezza!”.

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