La crisi della cultura che lascia indifferenti

Colosseo_sliderIl rapporto di Federculture denuncia il declino in cui versa il patrimonio culturale del nostro Paese


 

ROMA – Il Rapporto annuale Federculture 2013 “Una strategia per la Cultura. Una strategia per il Paese”, anche quest’anno ha lanciato in modo forte il tema della scelte necessarie a ridare al Paese slancio e forza per risollevarsi dalla crisi e tornare a crescere. Il quadro di declino ormai colpisce anche la cultura, ma delinea anche le occasioni da non perdere per il nostro Paese nel panorama internazionale e nella piena interazione tra pubblico e privato, operatori, imprese e società civile. Quella che segue è una sintesi del Rapporto.

Da diversi anni il settore culturale soffre per una gravissima sottrazione di risorse, specchio di una sostanziale assenza di politiche attive di investimento nello sviluppo delle attività culturali, creative, artistiche e della rinuncia ad un efficace tutela e valorizzazione del nostro patrimonio.

Con la crisi in atto la situazione si è ulteriormente aggravata: dal 2008 ad oggi il settore culturale ha perso circa 1,3 miliardi di euro di risorse per effetto della crollo della finanza pubblica, statale e locale, e della contrazione degli investimenti privati. Il budget del ministero per i Beni e le Attività culturali che nel 2013 scende a 1,5 miliardi di euro, in dieci anni ha perso il 27% del suo valore.

In questo quadro già grave, i fondi per la tutela, nella programmazione ordinaria 2013, crollano a soli 47 milioni di euro, il 32% in meno dello scorso anno ma addirittura più del 76% in meno rispetto al 2004, quando ammontavano a 201 milioni di euro.
Del resto nel confronto sulla spesa statale per la cultura siamo fanalino di coda in Europa: il budget del nostro ministero è praticamente pari a quello della Danimarca (1.400 milioni di euro) ed è circa un terzo di quello della Francia che ogni anno stanzia circa 4 miliardi per il suo dicastero della cultura. Non stupisce, quindi, che la nostra spesa in cultura per abitante sia di soli 25,4 euro l’anno, ma colpisce che sia la metà di quella della Grecia che impegna 50 euro per ogni cittadino.

Nella crisi generale sono naturalmente coinvolte anche le amministrazioni locali, a lungo promotrici di politiche culturali attive e innovative. In pochi anni le risorse per la cultura provenienti dagli enti locali sono diminuite di oltre 400 milioni di euro. Nei grandi Comuni (Roma, Milano, Torino, Firenze, Genova, Bologna, Palermo) l’incidenza della spesa per la cultura nei bilanci dell’amministrazione è scesa nel 2012 al 2,6%, sfiorava il 3% nel 2008, mentre nelle piccole città crolla dal 5% al 3,6%.

Non vanno meglio le cose sul fronte degli investimenti privati: le erogazioni liberali nel 2011 hanno raggiunto complessivamente i 55,3 milioni di euro, in calo però del 5% rispetto all’anno precedente. Il sostegno di arte e attività culturali da parte delle fondazioni bancarie, dopo una leggera ripresa nel 2010, registra per il 2011 un decremento del 18,8%. Le sponsorizzazioni private destinate alla cultura diminuiscono nel 2012 del 9,6%, scendendo a quota 150 milioni di euro, rispetto a cinque anni fa (2008) si registra un secco -42%.

In generale il settore culturale aveva sostenuto meglio di altri i colpi della recessione, ma nell’ultimo anno anche in questo ambito si registrano numerosi segnali negativi. La spesa delle famiglie italiane per ricreazione e cultura nel 2012 è stata di 68,9 miliardi di euro oltre 3 in meno del 2011 quando era stata di 72 miliardi. La sofferenza delle famiglie è chiaramente dimostrata anche dai dati sulla fruizione culturale. Gli italiani nel 2012 rinunciano al teatro, -8,2%, al cinema, -7,3%, ai concerti, -8,7%, e più in generale la partecipazione culturale (la fruizione nell’arco dell’anno di più di un intrattenimento culturale) crolla dell’11,8%.

In termini di spesa delle famiglie e di consumi, si allungano le distanze con l’Europa. Con il nostro 7,1% destinato alla cultura sul totale della spesa familiare siamo al di sotto della media Ue (8,9%) e ben distanti dai cittadini inglesi (11%), tedeschi (9,2%), spagnoli (8,2%). E mentre solo 46 italiani su cento leggono almeno un libro l’anno in Francia lo fanno in 70, in Inghilterra il 73% dei residenti visita siti archeologici e monumenti, da noi vi si reca solo il 21% dei cittadini.

«Il “modello italiano” – osserva il presidente di Federculture Grossi – che con lo sviluppo di aziende e organismi di livello europeo (Auditorium di Roma, Venaria Reale, Musei Civici di Venezia e molti altri) ha dato frutti importanti, facendo crescere notevolmente la domanda, oggi è messo in crisi. Occorre recuperare la piena autonomia dei soggetti che producono cultura rispetto a una burocrazia soffocante e a una politica invasiva. Questo e il punto centrale per accrescere la produttività. Le previsioni negative di Federculture prospettate già tre anni fa, sull’effetto delle norme contenute nelle ultime leggi finanziarie e nella “spending review” che impongono limiti di spesa per enti pubblici e aziende, divieti di costituzione di nuovi soggetti autonomi di gestione da parte degli enti locali, freni all’assunzione di personale e molti altri lacci e freni all’operatività, purtroppo si sono rivelate veritiere. Chiediamo su questo a Parlamento e Governo un impegno immediato».

Nonostante la riduzione generalizzata dei contributi, le aziende culturali sono state in grado di incrementare le entrate autogenerate (+49,5% in cinque anni), che nel complesso ha comunque portato a un aumento del 15% della capacita di autofinanziarsi. Non solo, queste realtà hanno creato negli anni della crisi addirittura nuova occupazione dipendente (+10% dal 2008).

Un vero miracolo, considerato che le nostre istituzioni culturali sono sostenute infinitamente meno di quelle straniere. Solo per fare alcuni esempi: il British Museum riceve 85,5 milioni di sterline l’anno, la Tate Gallery 38,7 milioni, il Reina Sofia beneficia di un contributo pubblico di 42,3 ml di euro, mentre nel 2012 la Triennale di Milano ha avuto 2,4 milioni di finanziamento pubblico e il MAXXI poco più di 4.

L’Italia sprofonda al quindicesimo posto del Country Brand Index 2013 superata nella valutazione complessiva dell’attrattività del paese da Canada, Giappone, Nuova Zelanda, Australia, Finlandia e molte altre nazioni. Un duro colpo compensato solo dal fatto che siamo stabilmente in testa alla classifica stilata in base all’attrazione determinata dalla cultura.

In effetti, il turismo culturale rimane ancora un settore chiave dell’industria turistica di cui rappresenta il 35% e sul fronte della spesa effettuata da italiani e stranieri nel nostro paese nel 2012 ben il 17,6%, vale a dire 12,6 miliardi di euro, è rappresentato da spese per attività culturali. Nonostante questo e a fronte di un aumento del 2,3% dei turisti stranieri arrivati nel nostro paese nel 2012, musei e siti culturali statali perdono 4 milioni di visitatori, scesi a 36,4 milioni contro i 40,1 del 2011.

Le bellezze artistiche del bel Paese, dunque, attraggono poco? Sembra di sì, soprattutto se paragonate con i grandi poli culturali stranieri: basti pensare che i cinque principali musei statali di Londra attraggono 26,5 milioni di visitatori l’anno, vale a dire il 73% degli ingressi totali nei nostri 420 istituti dello Stato (musei, aree archeologiche, monumenti).

L’Italia sta scivolando sempre più in basso anche nelle politiche per la formazione delle nuove generazioni, perdiamo sempre più competenze e capitale umano. Siamo al 26° posto tra i Paesi dell’Unione Europea per spesa pubblica in istruzione e formazione con un’incidenza percentuale del 4,2% sul Pil, contro una media europea del 5,3%. Il numero degli immatricolati degli atenei italiani è in costante diminuzione: in dieci anni gli iscritti alle università sono da passati 338.482 a 280.488. Anche nel 2013 nessuno degli atenei italiani è tra i primi 100 nella classifica internazionale delle migliori università al mondo: l’Università di Bologna compare, prima tra le italiane, in 194esima posizione (-11 posizioni rispetto al 2012). Si aggrava sempre più la fuga dei nostri giovani dal Paese: in dieci anni 68mila neolaureati hanno lasciato l’Italia.

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