La colpa non è di Saccomanni

Letta-Saccomanni-sliderI vincoli comunitari come unico driver di gestione del ministero dell’Economia. Il calo inarrestabile dei consumi

 

 

ROMA – L’abbiamo detto e lo ripeteremo fino alla noia: l’attacco al ministro dell’Economia Saccomanni è un falso problema. L’ex direttore della Banca d’Italia continua a fare a via XX Settembre l’unica cosa che sa e che ha fatto, egregiamente, per trent’anni: sa far di conto ed è bravissimo nella gestione della politica monetaria (o quel poco che resta dopo aver delegato l’intera materia alla Bce). Ma di politica economica non sa nemmeno da dove si comincia.

La colpa dunque non è di Saccomanni, né del suo fido contabile Daniele Franco a cui è stato dato mandato di fare il cane da guardia dei conti pubblici. La colpa dell’inerzia del governo, del suo strabismo con un occhio a Bruxelles e l’altro, cieco, a Roma, è di chi ha loro affidato le redini della politica economica italiana, in perfetta linea di continuità con il predecessore Monti. La neonata “cabina di regia” non è altro che la foglia di fico inventata per coprire il vuoto.

Dopo i giudizi sferzanti che mezzo mondo ci riserva per la politica di rigore “talebano” imposto dalla burocrazia di Bruxelles, su mandato degli interessi forti, da ultima è interessante l’intervista di stamattina dell’economista Loretta Napoleoni alla Notizia. “Di questo Governo non condivido assolutamente nulla. Dov’è la politica industriale italiana? Occorre riscriverla completamente da capo, in questi ultimi 15-20 anni le imprese hanno lavorato sostanzialmente per lo Stato. Abbiamo perso gran parte delle nostre eccellenze, dall’artigianato all’acciaio sino al settore automobilistico. Tutto è andato via dall’Italia tanti anni fa. Dovremmo allora puntare sulle poche eccellenze rimaste, tipo l’ottica, tagliando i rami secchi”.

E la spirale intanto continua ad avvitarsi su se stessa. Nel 2012, fa sapere l’Istat, la spesa media mensile per famiglia è diminuita del 2,8% rispetto all’anno precedente, anche in termini reali (l’inflazione lo scorso anno era al 3%). E’ la caduta più forte registrata dall’Istituto di statistica dal 1997. Oltre sei nuclei familiari su dieci mettano in atto strategie di contenimento dei consumi anche per i prodotti della tavola. Anche per i saldi estivi appena iniziati le previsioni sono nere: secondo il Codacons caleranno del 22% rispetto all’anno scorso, secondo Adusbef e Federconsumatori il calo sarà dell’8-9%.

Ma ci sono anche colpe dirette delle nostre autorità monetarie, in primis della Banca d’Italia, che hanno assistito passivamente in questi anni alla metamorfosi del nostro sistema finanziario dentro cui sta morendo per asfissia l’intero apparato produttivo italiano. In base agli ultimi dati della stessa Banca centrale europea e della Barclays Research, gli istituti di credito italiani hanno ricevuto direttamente da Mario Draghi 255 miliardi di euro.

Questo fiume di soldi in ultima istanza avrebbe dovuto ridare ossigeno alle nostre imprese. E invece che fine ha fatto? Non solo non è stato restituito alla Bce, ma si è concentrato sui prestiti allo Stato comprando Bot, Btp o Ctz, mentre veniva chiuso il rubinetto all’industria, al mercato immobiliare e alle famiglie. “Così – commenta stamattina Federico Fubini – le banche e il debito pubblico restano (fortunatamente) liquidi, l’economia molto meno”.

In queste condizioni ci si torna a domandare che c’ha da gioire l’accoppiata Letta-Saccomanni do l’ultimo vertice europeo. Come già abbiamo raccontato, la Commissione europea ha già fatto sapere che i piccoli benefici portati a casa (7 miliardi di euro per le infrastrutture da spendere nel 2014) comporteranno un esame più approfondito di tutti i progetti cofinanziati. Ma soprattutto scatterà la micidiale tagliola del “fiscal compact” che potrebbe portare al paradosso segnalato dall’ex sottosegretario Gianfranco Polillo: “Per assurdo, a queste condizioni forse ci conveniva restare sotto procedura d’infrazione. La Francia, che lo è e ha avuto due anni in più per il pareggio di bilancio, deve applicare il Fiscal compact sul debito dal 2019. Noi dobbiamo iniziare nel 2017”.

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