Il credito alle banche, i debiti alle imprese

Euro_banconote_sliderLa Bce accresce le garanzie per ottenere finanziamenti all’1%. A goderne saranno come sempre gli istituti

 

 

ROMA – “La Bce in campo per i piccoli”, titola trionfalmente stamattina il Corsera. E la Borsa risponde con un salto del 2,2%. Se qualcuno a caldo, ingannato dal titolo, avesse pensato, in maniera del tutto irrituale, che la Banca centrale europea avesse aperto dei canali diretti di credito alle piccole e medie imprese si è dovuto subito ricredere.

L’istituto di Francoforte ha soltanto annunciato di aver ampliato la gamma dei titoli cartolarizzati (Abs) che le banche possono presentare alla Bce per ottenere liquidità. D’ora in avanti cioè gli istituti di credito sono autorizzati a presentare alla Banca centrale per ottenere denaro a tassi minimi titoli basati su pacchetti di prestiti alle piccole e medie imprese. Attenzione però, non tutti i prestiti concessi alle pmi saranno accettati, ma solo quelli assistiti da due rating A, ovvero di sicura restituzione.

Al di là delle reazioni interessate dei mercati finanziari, è convinzione diffusa che la misura decisa dal direttivo della Bce non sposterà di molto i termini del credit crunch che affligge i sistemi industriali, soprattutto in Spagna e in Italia. Nel solo mese di maggio il credito alle imprese si è ridotto di un ulteriore 1%.

Con l’allargamento dei possibili titoli a garanzia si stima che dovrebbe essere disponibile collaterale aggiuntivo per circa 20 miliardi di euro. Quante di queste risorse arriveranno realmente agli utilizzatori finali, ovvero si tradurranno in finanziamenti alle imprese e in mutui alle famiglie? Forse nessuna.

Draghi sa benissimo che dopo aver inondato le banche di liquidità attraverso i due mega finanziamenti a lungo termine (Ltro) all’1 per cento, non ha nessuno strumento per costringerle a prestare la “benzina” al sistema industriale “se la situazione economica generale e quella dei singoli clienti” ne aumentano il rischio. Anche il “Sole 24 Ore”, dopo aver applaudito alla decisione della Bce, riconosce che “tutti questi interventi agiscono ai margini del problema, che è quello della scarsità di credito, soprattutto per le piccole e medie imprese nei paesi della periferia comunitaria”.

Morale: anche questa nuova “finestra” aperta nella cassaforte europea verrà utilizzata soltanto dalle banche che potranno così consolidare i loro requisiti di liquidità, giocare sul sicuro mediante la consistente differenza di tassi attivi e passivi sui titoli di Stato e, se avanza qualcosa, speculare sui titoli derivati e sui cbs.

D’altronde nel vertice del sistema finanziario convocato l’altro giorno dal ministero del Tesoro la verità è emersa in maniera lampante. Il direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi, ha dovuto riconoscere che “una delle principali criticità che caratterizzano il fragile contesto congiunturale sono le restrizioni all’offerta di credito”. E dato che il sistema imprenditoriale italiano dipende per il 90% dai finanziamenti bancari si spiega la stretta recessiva.

Anziché risolvere il problema, come altri paesi hanno fatto o stanno tentando di fare, a cominciare dagli Usa, il nostro ministro del Tesoro si sforza di “affiancare altre fonti di finanziamento alla tradizionale attività delle banche”. In pratica la proposta sarebbe quella di indurre i gestori dei fondi pensione o del private equità o delle risve assicurative ad investire in titoli di credito emessi anche da aziende piccole o piccolissime.

Insomma, un modo come un altro per non affrontare il problema e misurarsi in esercitazioni tanto dotte quanto inutili. E mentre a via XX settembre banchieri e politici chiacchierano tra loro, la produzione industriale precipita e la disoccupazione si viralizza in tragedia sociale.

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