L’Italia in vendita: ultimo atto

Palazzo_Chigi_sliderSaccomanni dichiara di voler fare cassa vendendo Enel, Eni, Finmeccanica. Gli inquietanti precedenti nei primi anni 90

 

 

ROMA – Quello che il governo ha annunciato di voler fare per ridurre il nostro debito sovrano segna l’ultimo, definitivo atto della decadenza generale del nostro Paese. A Mosca infatti, in occasione della riunione del G20, ieri il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni ha rilasciato a Bloomberg, uno dei canali televisivi economico-finanziari più autorevoli del mondo, un’intervista in cui ha parlato esplicitamente della possibile vendita delle quote in mano pubblica di Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste Italiane, Ferrovie dello Stato.

E che la dissennata uscita del ministro non fosse estemporanea, lo conferma il fatto che le stesse cose le aveva dette il giorno prima a Londra – cosa ancor più grave insieme al premier Letta – nell’incontro con la comunità finanziaria, assicurando i responsabili delle grandi banche d’affari e dei fondi internazionali che l’Italia tornerà a essere attrattiva per gli investimenti esteri.

La fondamentale importanza dell’annuncio richiede il massimo della prudenza per evitare qualsiasi equivoco o ritrattazione. E’ opportuno quindi ascoltare il resoconto stenografico della dichiarazione di Saccomanni. “Abbiamo annunciato, come una delle iniziative strategiche chiave, una accelerazione degli schemi di privatizzazione, che coinvolge i beni immobiliari posseduti dallo Stato, ma stiamo considerando anche la possibilità di ridurre le quote pubbliche sulle società partecipate. Queste società – ha aggiunto – sono profittevoli e danno dividendi al Tesoro, quindi dobbiamo considerare anche la possibilità di utilizzarle come collaterale per gli schemi di riduzione del debito pubblico su cui stiamo ragionando”.

Quello che impressiona nelle parole dell’accoppiata Letta-Saccomanni – come si era capito da tempo e come persino un piccolo giornale come il nostro aveva denunciato – è il tono ragionieristico del ragionamento. Non c’è neppure un accenno al fatto che queste imprese gestiscono i servizi pubblici fondamentali del nostro Paese; che rinunciare al controllo dell’energia elettrica, del petrolio, delle grandi reti di trasmissione, delle ferrovie, del servizio postale universale, sia un delitto politico di cui rispondere al popolo italiano; che vendere le quote di controllo di queste aziende equivale a liquidare la sovranità nazionale.

Macchè! Sulla tabellina dei contabili del ministero del Tesoro, della Ragioneria generale, della Banca d’Italia si fanno solo le addizioni e le sottrazioni per confrontare la capitalizzazione dei dividendi versati al Tesoro dalle aziende con il ricavato della loro vendita. Se il risultato è positivo, via tutto, così il nostro debito invece di 1.300 miliardi di euro scenderà a 1.250; se è negativo possiamo sempre dare in pegno i nostri gioielli a qualche strozzino camuffato da investment bank.

Come meravigliarsi d’altronde che il “duo sciagura”, senza obiettivi ambiziosi e senza fantasia, non trovi di meglio che replicare le sciagurate operazioni dei loro illustri predecessori, come Ciampi, Draghi, Monti, che non hanno fatto altro che entrare e uscire dai palazzi del potere alle banche d’affari e viceversa, mentre ammonivano gli altri sul conflitto d’interessi. E’ troppo fresco il ricordo della grande ondata di privatizzazioni tra il 1991 e il ‘93, decisa anche allora dai banchieri Barucci, Bazoli e su tutti Mario Draghi, in cui furono svendute gran parte delle partecipazioni statali, con utili stratosferici delle varie Goldman Sachs, JP Morgan, Merrill Lynch e Morgan Stanley che ora, dopo l’annuncio di Saccomanni, sono nuovamente lì a fregarsi le mani.

L’intervista, come prevedibile, ha fatto il giro del mondo. E proprio perché si tratta di titoli quotati tra i principali di piazza Affari (Eni ed Enel sono le prime due società per capitalizzazione della Borsa), un portavoce del Tesoro ha cercato di smorzare i toni non facendo altro che ripetere quanto già era stato dichiarato: “Come già ampiamente annunciato il governo intende ‘valorizzare’ (le virgolette sono della redazione) tutti i propri asset per contribuire alla riduzione dello stock del debito. Tra le ipotesi note la cessione di immobili del demanio. Non si esclude per il futuro un piano di ‘valorizzazione’ delle partecipazioni societarie delle quali lo stato è in possesso. Ipotesi questa che andrebbe valutata con molta cautela perchè si tratta di società quotate profittevoli che forniscono dividendi. Tra le idee da valutare in futuro anche l’ipotesi di utilizzare le partecipazioni come collaterale per operazioni finanziarie”.

Tra i primi ad insorgere contro l’insano proposito il sindacato della Cisl che si è dichiarata “del tutto contraria all’ipotesi ventilata oggi dal Ministro Saccomanni di vendere le quote pubbliche di aziende come Eni, Enel, Finmeccanica e Poste che già da tempo sono nel mirino degli appetiti famelici e speculativi degli investitori stranieri”. Lo dichiara in una nota il Segretario Generale Raffaele Bonanni. “Piuttosto che pensare di vendere ciò che di buono è rimasto nelle mani dello Stato italiano, il Governo ed il Ministro Saccomani dovrebbero non escludere di tagliare drasticamente le tasse a lavoratori e ai pensionati, di inasprire le pene per gli evasori, di vendere il patrimonio del demanio pubblico o le aziende municipalizzate, di ridurre i costi esorbitanti della politica e delle istituzioni centrali e locali e con essi gli sprechi, le inefficienze e le ruberie scandalose”.

Se malauguratamente il disegno del governo dovesse andare avanti, non saranno solo i sindacati ad insorgere ma tutto il popolo italiano. Anche questo modesto giornale naturalmente sarebbe in piazza insieme a tutti gli altri.

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