La pochade di Giovanna Melandri

Melandri-Giovanna-sliderLa vicenda dei compensi della presidente del Maxxi, prima negati poi reclamati. Il cda rimanda la decisione

 

 

ROMA – La pochade è quella commedia brillante dai toni farseschi, caratterizzata da intrighi, equivoci, doppi sensi, comparsa a Parigi alla metà dell’Ottocento, che ottenne grande successo nel pubblico borghese del tempo. Ed è il genere teatrale che ancora oggi meglio si presta a descrivere la vicenda relativa ai compensi della “presidentissima” del Maxxi, Giovanna Melandri.

Per inquadrare però la storia nel suo giusto contesto – direbbe il campione del genere, Georges Feydeau – bisogna fare un passo indietro. E’ ottobre dell’anno scorso quando Giovanna Melandri, pluridecorata e affascinante esponente del Pd, lascia dopo cinque legislature il Parlamento (consapevole quindi di non poter essere rieletta) dopo essere stata chiamata dal ministro per gli Affari culturali del governo Monti a presiedere l’asfittico Museo nazionale delle arti del XXI secolo di via Guido Reni.

Successe un putiferio e lo scandalo della nomina politica rischiò di far naufragare il proposito. La cosa alquanto insolita in quell’occasione fu che contro il colpo di mano non insorsero solo le opposizioni politiche (“Selvaggia lottizzazione del Pd”, “Ora aspettiamo Massimo D’Alema alla Scala”, “Un riciclaggio da giocolieri”), ma gli stessi compagni di partito: Giulia Rodano “L’errore del ministro sta nell’opacità del metodo scelto”; Matteo Renzi “Facciamoci del male!”; Nichi Vendola “La sua nomina è complicata da digerire”; Stefano Fassina “Mi pare inopportuno transitare dalla poltrona di deputata a quella di un’istituzione come il Maxxi”.

Com’è ormai noto, per placare le ire generali, la presidentessa precisò di essere stata “scelta da un tecnico come tecnica” e che “la mia indennità al Maxxi è zero”. Concetto poi ribadito più volte dalla stessa e confermato ufficialmente dal Mibac: “Non c’è passaggio da una poltrona all’altra perché vado a svolgere questo incarico totalmente gratuitamente”.

Torniamo ora in commedia. Entra dalla comune l’attor giovane che annuncia che la Fondazione Maxxi è stata trasformata in ente di ricerca. La protagonista, seduta sulla poltrona del mega presidente all’altro capo del palcoscenico, salta su ed esclama: “Orsù, la legge Tremonti sulle fondazioni non è più valida, laonde per cui ora posso essere compensata per il mio lavoro. D’altronde la cultura ha bisogno di grandi manager e questi vanno pagati (l’ultima frase non è nel copione, la Melandri l’ha pronunciata realmente, ndr).

Poi si alza in piedi e con gesto melodrammatico pronuncia la frase ad effetto: “Comunque vada, per un anno regalo il mio tempo prezioso (idem, come sopra). Prenderò il compenso che il consiglio di amministrazione stabilirà soltanto da settembre-ottobre”. Torna alla scrivania e firma senza indugio la convocazione del cda già pronta sul tavolo. Sonore risate del pubblico che applaude per la comicità della situazione.

C’è solo qualcuno in platea, il solito guastafeste, che fa notare sommessamente che il “tempo prezioso” del grande manager, come si autodefinisce la Melandri, non è che poi abbia dato grandissimi frutti. A parte infatti la nomina di un suo collaboratore come segretario generale del Maxxi, che lascia esterrefatti i firmatari del gruppo “Maxxinostri”, ci sono, secondo gli stessi critici, “l’imbarazzante mostra dedicata ad Alighiero Boetti, o la cancellazione senza spiegazioni di mostre di un certo rilievo internazionale, o anche decisioni molto discutibili che hanno impedito la visione di film ritenuti incompatibili con la campagna elettorale”. E poi c’è la chiusura della Biblioteca, il blocco degli accessi agli archivi e “nessuna assicurazione sui tempi e sulle modalità della riapertura”.

Le voci giungono all’orecchio della protagonista che ordina agli sgherri di portare sul palcoscenico al suo cospetto il colpevole di tanto oltraggio (la parte del reo è interpretata magistralmente da Edoardo Sassi del Corsera) e gli impartisce in scena una severa lezione. Altre risate e altri applausi.

Ma così facendo l’incauta presidente ha reso pubblici i rilevi e il giorno dopo i critici del maggiori giornali stroncano la commedia e la recitazione della protagonista. Il più noto fra questi, Francesco Bonami, distingue tra la Melandri/presidente classico di un museo, che i soldi dovrebbe trovarli anzichè percepirli, e la Melandri/sovrintendente che fa fatica a trovare un professionista dell’arte contemporanea che si accontenti di fare il semplice curatore alle sue dipendenze. Il giudizio finale è sferzante: “Se tutto questo non cambierà, il Maxxi è destinato a rimanere la Sarajevo culturale  che è stato negli ultimi anni, un’insalata russa di mostre e programmi improbabili e incapaci di dare al museo quello di cui ha drammatico bisogno, una sua forte e unica identità”.

Sotto il fuoco incrociato di simili critiche, il consiglio di amministrazione del Maxxi non se l’è sentita ieri di stabilire il compenso della presidente. Sarebbe stato un coup de théatre straordinario, degno dell’umorismo di Feydeau che avrebbe mandato in visibilio il pubblico. Ma non c’è da disperare, se ne riparlerà certamente a settembre.

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