C’è del nuovo ai beni culturali

brayIl ministro Bray gestisce il progetto “Valore cultura” appena varato dal governo. Pompei al centro del decreto


 

 

Roma – Napoleone diceva che era meglio un generale fortunato che uno capace. Se Enrico Letta la pensasse allo stesso modo dell’Imperatore terrebbe in massima considerazione il suo ministro per i beni e le attività culturali Massimo Bray (che con il nuovo governo ha aggiunto anche il turismo tra le sue competenze). L’ex direttore generale della Treccani infatti, uscito all’ultimo momento dal cilindro su suggerimento di Giuliano Amato, si è trovato – per ora senza particolari meriti – a gestire la politica culturale, ovvero la parte più importante e condivisa del programma di questo governo.

Mentre i suoi colleghi si accapigliavano intorno alla quadratura dell’Imu, dell’Iva, degli esodati, della cassa integrazione in deroga, il Consiglio dei ministri ha varato in quattro e quattr’otto il decreto legge “Valore Cultura”, con una serie di cospicui interventi per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attività culturali. I predecessori di Bray, i vari Ornaghi, Galan, Bondi, impegnati soltanto a limitare i tagli della spending review, si staranno mangiando le mani d’invidia per la buona sorte toccata al loro semisconosciuto successore.

Il quel decreto legge si affrontano infatti alcuni dei nodi più controversi e irrisolti della politica culturale italiana, a cominciare da Pompei, la cui gestione è stata ed è oggetto di feroci (e fondate) critiche da parte del mondo intero. Per gestire e coordinare gli interventi e gli appalti fuori e dentro il sito archeologico viene finalmente istituita la figura di un Direttore generale del “Progetto Pompei”, con pieni poteri per definire le emergenze, assicurare lo svolgimento delle gare,migliorare la gestione del sito e delle spese, nonché ricevere donazioni ed erogazioni liberali. Inoltre la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia sarà separata dal polo museale di Napoli.

Ma non c’è solo Pompei. Nel decreto dell’8 agosto ci sono anche nuove risorse per i grandi progetti:
8 milioni di euro vanno al completamento del progetto Nuovi Uffizi; 4 milioni di euro per la realizzazione della sede del Museo della Shoah di Ferrara; 2 milioni per una serie di siti che necessitano di interventi urgenti.

Il Mibac inoltre attuerà un programma straordinario di inventariazione e digitalizzazione, per la cui realizzazione saranno selezionati 500 laureati under 35 ai quali sarà data la possibilità di accedere a un tirocinio di 12 mesi. Il progetto pilota partirà in Puglia, Campania, Calabria e Sicilia, con i primi 100 ragazzi. E poi ancora 75 milioni di euro vanno ad un fondo per le fondazioni lirico-sinfoniche in crisi, che sarà gestito da un commissario straordinario, mentre viene istituito il tax credit per cinema e musica.Se fosse solo il decreto “Valore Cultura” il ministro Bray avrebbe già fatto bingo. Ma subito dopo essere entrato al Collegio Romano gli sono piovute dal cielo le misure stabilite dal “decreto del fare”, che hanno previsto tra l’altro una serie di modifiche al Codice dei beni culturali. Per questo il ministro ha istituito qualche giorno fa una commissione, presieduta da Salvatore Settis, per un restyling del codice.

Ma anche il ministero, “massacrato” dai tagli di spesa e dall’accavallarsi delle competenze ha bisogno di una profonda ridefinizione dell’assetto organizzativo e della pianta organica. Via dunque ad un’altra commissione, presieduta questa volta da Marco D’Alberti, professore di diritto amministrativo alla Sapienza di Roma, per riorganizzare la struttura e riflettere sul rilancio dei beni culturali e del turismo.

Siccome una commissione non si nega a nessuno, la direttrice della valorizzazione del ministero, Anna Maria Buzzi ne ha istituito una nuova col compito di definire le linee guida per sbloccare le gare per affidare all’esterno i servizi aggiuntivi di musei e aree archeologiche. Nelle nuove regole, appena riscritte, si stabilisce che per i monumenti meno famosi è preferibile ricorrere alla gestione diretta con personale dei Beni culturali. Per gli altri, invece, porte aperte al mercato, con concessioni di durata da tre a sette anni, prorogabili a nove.

In fondo al pacco “del fare” c’è poi la sorpresa finale. Rinasce dall’aldilà, come la fenice, Arcus, la contestata società che il governo Monti, nel piano di spending review, aveva mandato in pensione dal prossimo primo gennaio. Forte invece delle risorse di cui gode (pari al 3% della spesa per le infrastrutture) e incurante delle polemiche di arbitrio e clientelismo che ne hanno accompagnato la trascorsa attività, la “nuova” Arcus torna a vivere. Ma questo è tutto un altro discorso.

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