Duello all’ultimo dato tra Letta e l’Ocse

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L’Italia ultimo paese in crisi recessiva. L’impietosa diagnosi dell’Organizzazione alla vigilia del G20


L’accostamento dei due titoli di oggi del “Sole 24 Ore” appare grottesco: a sinistra, “Ocse, Pil italiano a -1,8% nel 2013. Unico Paese del G7 in recessione”; a destra, “Il governo ‘vede’ la ripresa entro fine anno”.

Non c’è dubbio, qualcuno da tre anni sta prendendo per i fondelli gli italiani. L’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) non ha dubbi: “La recessione dell’Italia continuerà per tutto il 2013 per effetto della pressione fiscale e delle condizioni restrittive del credito che deprimeranno l’attività economica. L’occupazione continuerà a diminuire comprimendo i bilanci e i consumi, così che se non aumenteranno le esportazioni e non si ridurrà la pressione fiscale, la crescita rimarrà debole anche nel 2014”.

A fronte di un’analisi ad alto grado di attendibilità, il governo invia al Parlamento la Relazione che prelude alla Nota di aggiornamento del Def, in cui il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia sbandierano per quest’anno, con “viva e vibrante soddisfazione”, il contenimento del deficit entro quota 3%. E sulla scia dell’autoconvinzione si spingono ancora più in là, segnalando dal terzo trimestre di quest’anno (!) “la stabilizzazione del ciclo economico e la conseguente uscita dell’economia dalla recessione”.
Il ministro Saccomanni – privo di qualsiasi sensibilità politica, come il suo predecessore ha occhi soltanto per i dati macroeconomici dei conti pubblici – afferma, con una punta di spudoratezza, che “il governo punta su un ritorno alla crescita nel quarto trimestre e ad una più decisa inversione di tendenza della congiuntura economica. Le recenti informazioni confermano quindi prospettive favorevoli per il 2014”.
Ma quali informazioni? Il fabbisogno dello Stato aumenta, la disoccupazione è ferma a livelli record, quella giovanile ha raggiunto il 40%, la pressione fiscale nel migliore dei casi non diminuirà, del credito bancario alle imprese e alle famiglie non c’è traccia (ma già si pensa ad agevolare nuovamente la capitalizzazione degli istituti), i consumi, nonostante i pannicelli caldi delle ultime misure, non aumentano, mentre l’elenco delle imprese in crisi si allunga drammaticamente.
Se i fondamentali non confortano non importa, basta spostare il tiro dalla politica economica all’economia della comunicazione, come Draghi ha insegnato ai suoi “boys”. E’ bastato infatti che il presidente della Bce annunciasse che avrebbe acquistato titoli di Stato per difendere l’euro a qualunque costo (anche se poi non ne ha acquistato uno) per cambiare gli umori del mercato e dimezzare lo spread.
Il suo epigono Saccomanni segue l’esempio. “La ripresa è dietro l’angolo” è la frase magica che pronuncia come un mantra (anche se l’angolo non si vede nemmeno all’orizzonte). Basta spargere in giro massicce dosi di ottimismo per convincersi che la crescita è alle porte, la crisi è finita, il debito pubblico è sostenibile, lo spread scende, le banche si ravvedono e i consumi e gli investimenti ripartono.
D’altronde questo tipo di comunicazione ha buone possibilità di attecchire dal momento che si giova del fatalismo (per non dire della superstizione) del nostro popolo racchiuso nel vecchio adagio siciliano, che Gian Arturo Ferrari ci ricorda, secondo cui “buono tempo e malo tempo non durano tutto il tempo”.
Ma il momento della verità prima o poi arriva e a quel punto rischiamo di farci trovare impreparati. Letta come Facta che il giorno prima della marcia su Roma continuava a “nutrire fiducia”?

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