Dimissioni di Dècina, trema l’Agcom

Decina_sliderL’improvvisa uscita di scena di uno dei massimi esperti di TLC, riapre i giochi al vertice dell’Agenzia

 

ROMA – a lettera di Maurizio Dècina è arrivata a via Isonzo come un fulmine al ciel sereno sul tavolo del presidente dell’Agcom e degli altri consiglieri. Il professore comunicava le sue irrevocabili dimissioni dal consiglio “motivate esclusivamente da gravi motivi personali”. Ma ribadiva anche, forse per dissipare qualsiasi dubbio sui motivi reali della scelta, il suo “forte sostegno alle decisioni prese dal nuovo Consiglio dell’Agcom in particolare per quanto riguarda le frequenze televisive, i prezzi del rame e della fibra, nonché il diritto d’autore”.
Non c’è alcun motivo per dubitare delle reali motivazioni del gesto compiuto da uno dei più stimati esperti di tlc anche a livello internazionale. I soliti dietrologi tuttavia fanno notare la repentinità delle dimissioni, non precedute da alcun segnale, e l’inconsueta puntualizzazione del consenso espresso dallo stesso Dècina su alcune delle decisioni prese dal Consiglio di Agcom.

Comunque stiano le cose, il presidente Cardani e i commissari Martusciello, Posteraro e Preto hanno espresso il loro “profondo rammarico e la sincera solidarietà umana a Maurizio Dècina”, ringraziandolo per il prezioso contributo tecnico-professionale e per il grande senso istituzionale che ne ha sempre contraddistinto l’operato.
E adesso che succederà? Beh, si procederà alla sua sostituzione seguendo le procedure parlamentari e nel rispetto degli equilibri “cencelliani” su cui era stato costruito nel giugno 2012 l’attuale Consiglio. La risposta è semplicistica e non convince nessuno, non tanto per il vuoto tecnico che si apre in seno al Consiglio, quanto per il problema politico che ne consegue.
Per capire infatti la difficoltà del problema bisogna riandare al momento della nomina dei commissari in pieno governo Monti. Per una strana alchimia parlamentare dettata dalle contingenti strategie dei partiti, il Pd rinunciò di fatto ad avere in Consiglio lo stesso peso del Pdl per favorire quello che poteva apparire come un potenziale alleato nelle future elezioni. Alla fine dunque i seggi furono così ripartiti tra centrodestra, centro e centrosinistra: due al Pdl (Antonio Martusciello e Antonio Preto), uno al PD (Maurizio Dècina), uno all’UDC (Francesco Posteraro).
Restava poi da nominare il presidente dell’Agcom. A Palazzo Chigi, come detto, c’era Mario Monti, a quei tempi percepito – come ricorda Raffaele Barberio su Key4biz – “come futuro Presidente della Repubblica”, al quale nessuno dei partiti-supporter avrebbe osato contestare le scelte. Il risultato fu la nomina di un suo fedelissimo, Angelo Marcello Cardani, alla presidenza dell’Agenzia.
Passate le elezioni politiche con i risultati ben noti, evaporata Scelta Civica, la composizione del Consiglio Agcom è apparsa subito come una stridente anomalia, con un Pd sacrificato oltre misura e l’Udc sovra rappresentato.
Tutto lascia pensare di conseguenza che le dimissioni di Maurizio Dècina possano riaprire i giochi ai vertici dell’Agenzia, anche se presidente e consiglieri, regolarmente eletti per sette anni, potrebbero non avere alcuna intenzione di farsi da parte. Se così fosse, al partito democratico non rimarrebbe che trovare il sostituto di Dècina (cosa peraltro niente affatto facile) e magari cercare compensazioni nella tornata di nomine negli enti e nelle aziende pubbliche che sta per aprirsi.
Se invece le larghe intese favorissero un rimescolamento delle carte in Agcom si materializzerebbe nuovamente la folla di aspiranti consiglieri che aveva partecipato alla competizione dell’anno scorso. Ma le chances che questo accada, viste le prospettive sempre più instabili dell’attuale governo, sembrano davvero remote.

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