Un weekend di normale delinquenza

omicidio-tor-pignattaraLa situazione sociale del Paese è ormai fuori controllo. La criminalità, grande e piccola, dilaga nella città di Roma

 

ROMA – A leggere i comunicati quotidiani di Polizia e Carabinieri si ha un quadro inquietante del clima criminale che si respira da tempo in città. Hanno parlato apertamente di Bronx e l’immagine non è solo una stereotipo cinematografico, ma descrive efficacemente la situazione che si è venuta a creare non solo nel litorale o nelle periferie degradate, ma nell’intera città.

Questo giornale, nei propri limiti, ha cercato di indagare il fenomeno seguendo le scie di sangue che spesso l’hanno imbrattata. Il paradosso è che, a sentire gli inquirenti, della presenza delle organizzazioni criminali, italiane e non, nella nostra città si sa quasi tutto. Si sa che i boss della criminalità che si sono spartiti il controllo della malavita sono Massimo Carminati, Fasciani, Senese e Casamonica. Si sa che, accanto alle forme di criminalità organizzata classica, si assiste all’infiltrazione di nuove etnie che, fino a qualche tempo fa, cercavano accordi con le nostre organizzazioni, ma ora sembrano diventate autonome e si sono “messe a delinquere in proprio”. Si sa che a Roma lo scenario criminale negli ultimi anni, dai tempi della banda della Magliana, è cambiato notevolmente e sembra diventato ingovernabile.

Il business principale – come testimoniano tutti i rapporti delle forze dell’ordine e le stesse inchieste giornalistiche – è la cocaina. Viene spacciata in quantità tripla rispetto a Milano ed è un affare da decine di milioni di euro al mese, che ha invaso le periferie, i quartieri della Roma bene e i palazzi del potere. C’è un patto scellerato che regola il malaffare: i quattro capi non si sporcano le mani con il traffico, si limitano a regolamentarlo e consentono ai “cani sciolti” o alle gang sudamericane di spacciare la merce nei loro territori. Le percentuali sui proventi rappresentano cifre colossali, dato che ogni carico di cocaina che entra sulla piazza romana rende fino a quattrocento volte il prezzo pagato dagli importatori che lo fanno arrivare dalla Colombia, dal Venezuela o dai Balcani.

Ma accanto alla “grande” criminalità ce n’è un’altra, che si insiste stupidamente a definire “micro”, diffusa su tutto il territorio metropolitano, ma in un certo senso ancor più visibile ed inquinante della sua “sorella maggiore”. Se qualcuno avesse la pazienza di leggere le diecine di comunicati pubblicati ogni giorno a getto continuo da Polizia e Carabinieri si renderebbe immediatamente conto della vastità del fenomeno, della violenza che semina, dell’oltraggio indelebile che arreca alla nostra vita.

Volete sapere che cosa è successo nell’ultimo fine settimana? Ecco il breve resoconto di un weekend di ordinaria criminalità attraverso quei comunicati: tre giovani del Bangladesh devastano un internet point; cittadina romena fa prostituire concittadina minorenne; controllore Atac malmenato da tre rom, 30 giorni di prognosi; tunisino accoltella e deruba turista alla stazione Termini; due romeni arrestati per furto in un’autodemolizione; coppia di romeni, con una lista interminabile di precedenti penali, borseggia e rapina in centro città; due cittadini iracheni strappano orologio a turista americano; due cittadini peruviani arrestati per lite, danneggiamento e detenzione di cocaina; banda di romeni arrestata per falsificazione e furto di bancomat; tunisino di 17 anni ladro di biciclette; due romeni sorpresi su auto rubata; giovane del Mali arrestato per spaccio; romeno sorpreso a rubare in una concessionaria d’auto. Sono solo i casi accertati, poi c’è il sommerso.

Chiunque voglia dare a questi episodi una spiegazione puramente sociologica o solidaristica dimostra una cultura banalizzante. A Roma esistono aree di grande sofferenza sociale e periferie sconfinate profondamente degradate, dove convive un melting pot variegato con residenti sempre più a disagio.

Su questi temi serve meno retorica e più inclusione. Una inclusione che sappia sì convivere con altre culture, religioni e sensibilità, ma che sia severa, allontani chi si mette fuori dalle regole e ristabilisca un clima di convivenza civile, come si è fatto in altra città in cui il contrasto alla violenza e alla criminalità è stato assai più efficace.

Così giorni fa Susanna Tamaro commentava questa situazione: “Distrutta la famiglia, esautorata la scuola, scomparsi i partiti, emarginata la chiesa, rese impotenti le forze dell’ordine, a far da metro della vita non rimane ormai che la legge della giungla. In questa legge si è inserito l’arrivo massiccio di persone provenienti da culture diverse, con valori e tradizioni differenti.

“Viviamo dunque in un Far West e di fronte al Far West non abbiamo che queste scelte: possiamo armarci e difenderci, o invece fare come gli struzzi,…………oppure possiamo fare come la dottoressa Cantamessa, fermarci e soccorrere, continuare ad opporci alla barbarie,…….consapevoli però che questa strada di attenzione e di amore può portarci al martirio”.

Una cosa comunque non si può più tollerare, che una realtà così complessa e articolata sotto il profilo sociale, etnico, religioso, sia abbandonata a se stessa o alle prediche consolatorie di qualche irresponsabile. Occorre una classe dirigente in grado innanzitutto di capire ed interpretare i fenomeni per poterli poi governare con fermezza ed equità. Roma ne è priva da anni.

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