La beffa di ‘Destinazione Italia’

Cdm_Letta_sliderIn Consiglio dei ministri è andata la bozza di un provvedimento che “dovrebbe” attrarre nuovi investimenti


ROMA – C’è stato un tempo in cui colossi dell’industria mondiale, come General Electric, Siemens, Merk&Sharp, Ciba Geigy, Sandoz, Nissan, Saint Gobain e diecine di altri venivano a frotte ad investire in Italia. Sembra passato un secolo invece che una manciata di anni e nel nostro Paese si è fatto il deserto. Non solo gli stranieri sono scappati, ma anche gli imprenditori italiani se ne vanno oramai all’estero a costruire i nuovi impianti.

Il Bel Paese non attira più nessuno. Nella classifica Ocse siamo al 78° posto per capacità di attrazione degli investimenti esteri. Più o meno lo stesso piazzamento che ci assegna il rapporto “Doing business” della Banca Mondiale che ci vede al 73° posto nella graduatoria dei sistemi economici in cui è più facile fare impresa. Ancora più crudo, ma realistico, l’assioma di Sergio Marchionne, a cui si possono rinfacciare tante cose, ma non che non capisca di mercati globalizzati. Dice l’amministratore delegato della Fiat: “Le condizioni industriali in Italia sono impossibili. Abbiamo le alternative per produrre altrove nel mondo”.

D’altronde chi può dargli torto! Il total tax rate italiano, cioè la somma di imposte e contributi che grava mediamente su ogni impresa italiana, è pari al 68,3% del Pil, circa 20 punti più della Germania. Il percorso autorizzativo per avviare un nuovo impianto industriale (che non sia una centrale elettrica o un rigassificatore, che valgono almeno il doppio), impiega in media, quando va tutto liscio (cosa assai rara) almeno due anni e più di 50 passaggi amministrativi per essere completato. Il costo del lavoro è tra i più alti in Europa, inversamente proporzionale alla produttività. Una causa di lavoro dura non meno di quattro anni nei tre gradi di giudizio, mentre se si ha bisogno di credito per finanziare gli investimenti è meglio cercare altrove piuttosto che in Italia.

Volendo, per amor di patria, sorvolare sulla corruzione e sulla criminalità organizzata, l’ambiente destinato ad accogliere i nuovi investimenti industriali è tra i più ostili che si conoscano. Di fronte a questo muro invalicabile per qualsiasi imprenditore, per quanto intrepido e sconsiderato, il governo non trova di meglio che nominare tre “esperti” che dovrebbero rimuovere le macerie istituzionali e riaprire la strada agli investimenti dall’estero.

I tre meschini (Stefano Firpo per il Mise, Alessandro Fusacchia degli Esteri e Fabrizio Pagani della Presidenza del Consiglio), non potendo suggerire di percorrere la strada maestra delle riforme strutturali reclamate da vent’anni, dopo mesi di studi e confronti hanno prodotto un voluminoso rapporto che, sotto l’altisonante titolo di “Destinazione Italia”, il ministro Zanonato ha portato in Consiglio dei ministri.

L’architrave del progetto poggia su quattro gambe: il fisco, la giustizia, il credito e le semplificazioni. Su questi temi, che costituiscono in effetti le “falle” più vistose del nostro sistema Paese, il progetto sparge a piene mani retorica e fantasia, con scarsa considerazione della realtà. A cominciare dal preambolo, tanto ovvio quanto grottesco: “Si possono creare le condizioni per attrarre gli investitori stranieri, per integrare il Paese con il resto del mondo e colmare un divario di competitività diventato di fatto insopportabile………E’ necessario allinearsi alle migliori pratiche internazionali, eliminando procedure bizantine che adesso tengono ben distanti gli operatori e i capitali esteri”.

Il progetto è andato stamattina all’esame del Consiglio dei ministri e a metà giornata non si sa ancora se e come sia stato emendato. Nella sua stesura originale appare un documento pletorico che ripercorre nella sua parte generale le mancate riforme del nostro ordinamento e nelle proposte specifiche suggerisce interventi fantascientifici, tutti più o meno viziati da un peccato originale di discriminazione che il primo ricorso al Tar vaporizzerà in blocco.

Ma ci pensate voi ad un tax agreement tra le imprese straniere e il fisco italiano, in base al quale l’investitore concorda in via preventiva l’entità delle tasse da pagare in un arco temporale definito (5 anni). Oppure le sezioni speciali dei tribunali di Milano, Roma e Napoli esclusivamente dedicate agli imprenditori stranieri che applicano procedure straordinarie per il componimento delle vertenze. O ancora corsie preferenziali per l’accesso al credito (negato agli imprenditori italiani), snellimento delle concessioni amministrative, o l’iter veloce per il cambio di destinazione d’uso degli immobili pubblici da dismettere.

Ma di che parliamo? Sono anni che enti pubblici preposti a questa missione, come Invitalia, Ice, ‘cabina interministeriale di regia’ provano inutilmente, con grande dispendio di uomini e di mezzi a portare investitori stranieri in Italia. Ora il governo ci riprova con ‘Destinazione Italia’, che più che un libro dei sogni, appare la velleitaria esercitazione di un laureando in economia politica. “La bozza – dice giustamente stamattina Dario Di Vico – delinea una legislazione a doppio standard, uno per le imprese straniere e l‘altro per le italiane. Ed è palese che un’impostazione di questo tipo non può reggere”. Sarebbe più serio e dignitoso ritirare il provvedimento e riconoscere che abbiamo scherzato.

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