La prossima inaugurazione di “Outlet Italia”

Vendesi_sliderNel Def il governo annuncia la vendita delle partecipazioni in aziende strategiche. Torna lo spettro delle privatizzazioni


 

ROMA – L’Italia “non è un outlet con prezzi da svendita, ma non è neanche Fort Apache a difendere il perimetro di tutto ciò che è italiano”. Mentre il premier Enrico Letta spiegava in Consiglio dei ministri, con malcelata soddisfazione, questa “storica” metafora, i soci forti di Telecom Italia vendevano agli spagnoli di Telefonica per un piatto di lenticchie la più grande azienda italiana di telecomunicazioni con la relativa infrastruttura strategica.

Nelle stesse ore i “patrioti”, che non erano stati capaci in cinque anni di rimettere in piedi l’Alitalia nonostante i generosi aiuti dello Stato, riuscivano nell’impresa di vendere il “pacco” ai francesi di Air France-Klm, già soci di riferimento con il 25% della ex compagnia di bandiera italiana. E per non fare mancar niente sul bancone di vendita (dando ovviamente per scontata la perdita della Fiat), l’ultimo grande gruppo manifatturiero italiano, la Finmeccanica, accelerava i tempi di uscita dai settori strategici dei trasporti e dell’energia, con l’aggiunta in sovrappiù di un’impresa gioiello nei sistemi di gestione del traffico e di segnalamento ferroviario. Insomma, siamo arrivati quasi al “paghi due e prendi tre”.

Dopo il bottino pressoché totale di aziende della moda e del lusso, in un altro dei settori che i nostri cugini francesi considerano strategici, cioè l’agroalimentare, la Coldiretti ha appena fatto il censimento di tutte le imprese del made in Italy che in poco più di dieci anni sono finite in mani straniere. L’elenco che pubblichiamo a fianco fa obiettivamente impressione, non solo agli sciovinisti di casa nostra (che in fondo non sono mai esistiti), ma a qualunque cittadino italiano dotato di un minimo di discernimento che sente parlare a vanvera di politica industriale, di ripresa degli investimenti e di rientro della disoccupazione.

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Qui ormai vige un solo credo, quello dettato dai tecnocrati di Bruxelles per il pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico, di cui Letta e Saccomanni sono le incrollabili vestali. Tanto da annunciare ufficialmente nel progetto “Destinazione Italia” (sembra un ossimoro, più giusto sarebbe stato rovesciare la freccia con “Destinazione Estero) la vendita delle residue partecipazioni dello Stato nelle public utilities strategiche, come l’Eni, l’Enel, le Poste, le Ferrovie dello Stato.

Si capisce come un tale proposito – che in molti altri paesi sarebbe stato considerato indecente – abbia fatto saltare sulla sedia i “sacerdoti” dell’ultrasinistra che vedono nella pressione sul debito italiano esercitata dai poteri forti l’obiettivo ultimo per “denudare il paese del controllo delle sue imprese strategiche ancora in mani pubbliche, regalandole al mercato globale sempre alla ricerca di commodities tariffarie, e per cancellare gli ultimi residui di sovranità reale e politica del Paese. La colonizzazione dell’Italia sta concludendosi dunque con il più classico degli esiti delle procedure da indebitamento previste dai manuali neoliberisti di area anglosassone”.

Si capisce invece un po’ meno la miopia, per non dire la stupidità, di quanti, per difendere ad ogni costo il governo delle larghe intese, riducono il problema del sistema industriale del nostro Paese alla fobia di “una politica ipocrita e prigioniera del totem ideologico della difesa dell’italianità”. Per domandarsi poi in maniera manichea, come fa Massimo Giannini su Affari&Finanza, se “è meglio morire avvolti nel tricolore o sopravvivere nel grande mondo globale”.

Il problema non è affatto questo e lo aveva posto con chiarezza nelle scorse settimane non solo il segretario generale della Cgil, ma lo stesso viceministro dell’Economia, Stefano Fassina: “Il Pd è radicalmente contrario a ipotesi di privatizzazione di società a partecipazione statale come Eni, Finmeccanica, Enel e tutte le altre partecipate”. Sulla stessa lunghezza d’onda si era espresso anche il responsabile economico del partito, Matteo Colaninno: “Sono contrario alla svendita di partecipate strategiche, come Eni, Finmeccanica ed Enel, che non solo macinano utili per il Tesoro, ma rappresentano anche leve strategiche  per la politica industriale”. Persino un rappresentante del Pdl, il deputato Alessandro Pagano, affermava che “se privatizzare per qualcuno significa privarsi di asset strategici siamo in profondo dissenso”.

Di fronte ad una spoliazione di questa entità, dalle implicazioni politiche ed economiche devastanti, la più volte minacciata instabilità del governo Letta potrebbe, anzi dovrebbe avverarsi.

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