Iri o non Iri, questo è il dilemma

Bassanini_Franco_sliderL’Istituto per la ricostruzione industriale nato per salvare le banche e le loro partecipazioni nelle principali industrie


 

ROMA – Come in tutte le grandi catastrofi, anche le crisi economiche di sistema generano panico, confusione, spaesamento, reazioni scomposte e irrazionali. Questo si verificò nel quadriennio 1929-1933 e questo succede adesso con la crisi globale iniziata nel 2008 e trasformatasi in “grande depressione” da cui non si è ancora trovata la via d’uscita.

Per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, il caos è totale. Sullo sfondo di una crisi politica e istituzionale senza precedenti, la recessione economica continua a mietere vittime senza sosta: posti di lavoro, pil, consumi, aziende, investimenti, credito, tutto arretra drammaticamente. L’intera classe dirigente nazionale, senza distinzioni, mostra tutta la propria inadeguatezza nell’approntare le difese.

Mentre dunque il Paese collassa, il governo non riesce ad alzare la testa dalla routine e a guardare oltre. Il ministro del Tesoro, privo di qualsiasi esperienza e visione politica, si limita a fare il cane da guardia delle regole comunitarie, senza attivare alcuna delle leve che in situazioni di assoluta emergenza potrebbero risultare utili.

Ci sono, per esempio, la Cassa depositi e prestiti e il suo Fondo strategico italiano. Dotati di mezzi finanziari ingenti, “madre e figlio” suscitano ogni volta grandi attese e producono piccolissimi risultati (interventi nella società Hera, nella Kedrion, e poco altro). Il vice direttore del Corsera, Fabio Tamburini, ricordava giorni fa che la missione del Fondo sarebbe quella di intervenire nell’interesse del sistema, mentre invece il suo amministratore delegato, Maurizio Tamagnini, si muove avendo come obiettivo “il ritorno degli investimenti nel breve periodo, la ricerca di redditività in quanto tale, senza obiettivi di ampio respiro”. Né più né meno di quando era alla guida di Merrill Lynch.

In altre condizioni, un ministro del Tesoro all’altezza della situazione ordinerebbe alla Cassa di mettere allo studio interventi per lo sviluppo delle infrastrutture (a cominciare dalla banda larga e dalla rete tlc), per finanziare imprese importanti in crisi di liquidità, per il rilancio di settori chiave per la crescita del sistema Paese. Non c’è invece alcuna direttiva strategica del governo e si naviga a vista nel patetico tentativo di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati (“vigileremo” ha detto Letta dopo il pasticcio Telecom).

In questo quadro di incongruenza generale, meraviglia che il presidente della Cdp si ostini ogni giorno a ribadire che la Cassa non è e non sarà mai il clone dell’Iri. Franco Bassanini è troppo colto e intelligente per non sapere quale fu il ruolo dell’Istituto per la ricostruzione industriale nel pieno della crisi degli anni trenta cominciata a Wall Street nel ‘29 e per non cogliere, con tutti i dovuti distinguo, alcune analogie estremamente interessanti.

Anche allora le nostre banche principali si trovarono nell’occhio del ciclone, piene come erano di titoli di grandi gruppi industriali, come Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, Sip, Sme, Terni, Edison. Mussolini e il suo ministro delle finanze, Guido Jung, ebbero la felice idea (si può dire senza essere tacciati di fascismo? ndr) di un intervento pubblico “che rimuovesse definitivamente i rischi dei risparmiatori – come ci ricorda Valerio Castronovo – eliminando il cordone ombelicale fra banche e industrie, e consentisse allo Stato un controllo diretto del credito”. E’ il gennaio del 1933 quando nasce l’Iri, la cui gestione viene affidata a due grandi manager, Alberto Beneduce e Donato Menichella.

Nel giro di pochi anni lo Stato ha così il “controllo pressoché assoluto del credito d’investimento e una rilevante presenza nella proprietà e nella gestione di una parte cospicua dell’attività industriale, pari a circa il 25% dell’intero capitale azionario”. Nel secondo dopoguerra l’Iri sarà protagonista del miracolo economico italiano, con la nuova mission di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al Paese. La realizzazione del piano siderurgico di Oscar Senigaglia assicura la materia prima all’industria di trasformazione, la Stet di Reiss Romoli investe massicciamente nello sviluppo della rete telefonica, nel 1956 Fedele Cova pone la prima pietra dell’Autostrada del Sole che verrà portata a termine in 9 anni, Bruno Velani inaugura i primi voli della futura Alitalia, i cantieri italiani, salvati dal fallimento, lavorano a pieno ritmo. Nel 1953, sotto la guida di Enrico Mattei, è nato l’Eni.

E mentre l’economia italiana cresceva ad alti ritmi, altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla “formula Iri” come ad un esempio positivo di intervento dello Stato dell’economia, migliore della semplice “nazionalizzazione” perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

Ora Bassanini potrà pure esorcizzare lo spettro dell’Iri ultima maniera, quello dell’ipertrofia, degli sprechi, del clientelismo, ma non può certo negare che la situazione fallimentare dei primi anni trenta ha inquietanti analogie, mutatis mutandis, con la crisi di oggi. Allora spiriti liberi e ingegni acuti si sforzarono di trovare soluzioni non ordinarie. Oggi invece si getta via il bambino con l’acqua sporca, non sapendo che, se anche nel frattempo l’acqua si fosse fatta putrida, quello resterebbe sempre un infanticidio.

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