La scommessa della giunta sul bilancio 2013

Campidoglio_sliderIl governo non darà un euro per ripianare il debito. Prepensionamenti e cessioni di immobili

 

ROMA – Se il Sindaco pensava che il governo sarebbe venuto incontro, almeno in parte, alle esigenze finanziarie del Comune di Roma dovrà toglierselo dalla testa. Il Tesoro infatti non manderà un euro per tappare il buco di 867 milioni. C’è di più, il ministero dell’Economia fa sapere che, “a seguito di una specifica richiesta del sindaco, i servizi ispettivi di finanza pubblica della Ragioneria generale dello Stato hanno avviato una verifica ispettiva sulla regolarità della gestione amministrativo-contabile, volta a verificare il rispetto degli equilibri di bilancio”, ovvero per capire se ci siano state delle irregolarità nella gestione dei bilanci degli ultimi anni in Campidoglio.

In effetti, fino a qualche giorno fa si ostentava più di una speranza che il Tesoro sarebbe venuto in soccorso nell’opera di risanamento: “Ora è tempo di reagire – diceva Marino – Roma è la capitale d’Italia e non può fallire e io vi dico che non fallirà“. Aveva così chiesto all’assessore al bilancio, Daniela Morgante, di approntare il mix di interventi per risanare le finanze comunali. Ne era uscito un piano “lacrime e sangue” con un pesante carico fiscale che andava dall’incremento dell’addizionale Irpef al raddoppio della tassa di soggiorno sugli alberghi, dall’aumento fittizio dell’aliquota Imu sulle prime case alla prima tranche (150 milioni) del finanziamento della Regione per il trasporto pubblico locale; il resto era affidato ai tagli lineari delle spese dipartimentimentali.

La giunta però, come si sa, ha bocciato la relazione dell’assessore al bilancio, giudicando “impraticabili” sia gli aumenti delle imposte che i pesanti tagli ai dipartimenti. La nuova strada annunciata dal sindaco Marino per sanare la voragine di debiti si sarebbe dovuta reggere su tre gambe: la spending review, la valorizzazione e la cessione di immobili, e gli aiuti dal governo e dalla Regione. 

Venuto a mancare uno dei tre pilastri (quello peraltro di più facile e immediata solvibilità), le cose si sono complicate assai e al sindaco non è rimasto che fare buon viso a cattivo gioco: “La strada vagliata non prevede alcun trasferimento di risorse da parte dello Stato nei confronti di Roma Capitale, né per il 2013, né per il 2014. Piuttosto, si tratta di avviare un percorso virtuoso di seria razionalizzazione delle spese. Limitatamente al 2013, l’Amministrazione intende fare affidamento sulla gestione commissariale attraverso la regolazione di alcune partite finanziarie senza alcun onere per lo Stato”.

Da oggi al 30 novembre, data ultima per l’approvazione del bilancio di previsione 2013 (!), occorre approntare un nuovo piano di rientro del debito, a cui si è già cominciato a lavorare per evitare il commissariamento. Per ridurre i danni si punta innanzitutto al prepensionamento di quattromila dipendenti capitolini, che hanno maturato i requisiti pre-riforma Fornero. C’è poi da vendere parte del patrimonio comunale e da tagliare le spese superflue. Si parla di cessioni di immobili, di liquidazione di società inutili, come quelle con sede in Guatemala o quelle costituite da un amministratore delegato e solo quattro o cinque addetti. 

“Taglieremo fondi inutili oggi appannaggio della politica – ha detto il sindaco – dei 7,3 milioni a disposizione del gabinetto del sindaco, ad esempio, noi ne utilizzeremo solo 500mila. Taglieremo anche le spese per gli affitti che oggi ci costano 105 milioni di euro”. Previste anche verifiche contabili su municipalizzate e partecipate. Resta infine l’intervento del Governo, con la doppia ipotesi dello storno di fondi dalla gestione commissariale del debito pregresso e del finanziamento della Cassa depositi e prestiti. La breve rincorsa dunque per arrivare a fine novembre e scongiurare lo “shutdown de’ noantri” è cominciata. Come andrà a finire lo si saprà solo al traguardo.

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