Dove va l’’Enel?

Fulvio_Conti_sliderIl gruppo elettrico colpito da problemi congiunturali e da riassetti strutturali dei mercati dell’’energia


ROMA – Mentre da un lato, fatta la frittata di Telecom, la politica italiana tenta disperatamente di rimettere insieme le uova (golden power, scorporo della rete, Cassa depositi e prestiti, ecc.), dall’altro annuncia trionfalmente nel nuovo programma del Letta bis “un vasto piano di privatizzazioni”. Così, con il pretesto di abbassare a stento di un punto percentuale il nostro debito sovrano, stiamo per vendere al miglior offerente (certamente straniero) le nostre residue imprese strategiche, come l’Enel, l’Eni o la Finmeccanica.

Già oggi d’altronde, con il 30% delle azioni ancora in mano pubblica, lo Stato fa una gran fatica a svolgere le funzioni proprie del socio di riferimento, cioè dettare gli indirizzi strategici e effettuare i controlli sulla gestione. Il caso dell’Enel è esemplare. Investito dalla crisi di sovraproduzione, incalzato dalla concorrenza delle fonti rinnovabili e oberato da un debito monstre (44 miliardi di euro), il gruppo corre ai ripari non su input del Tesoro, ma secondo le logiche privatistiche di una qualsiasi multinazionale: riduzione dei costi, taglio degli investimenti, massimizzazione dei profitti.

A sentire d’altra parte le dichiarazioni a tutto campo del suo amministratore delegato, Fulvio Conti (già in campagna elettorale per il rinnovo del suo quarto mandato nella prossima primavera), si ha il ritratto fedele della “public company” che, come dicono i manuali, realizza la separazione tra proprietà e governo dell’impresa e ne affida la gestione integrale ai manager che rispondono soltanto alla massa indistinta degli azionisti. Un’anteprima dei prossimi scenari di governance dell’Enel si era già avuta nell’ultima assemblea di approvazione del bilancio quando i fondi di investimento iscritti nel libro soci, riuniti per l’occasione, hanno superato per numero di azioni “consorziate” il 31,4% del Tesoro.

E in effetti Conti procede come un caterpillar anche sui terreni più scivolosi. Il costo dell’energia in Italia è il più alto d’Europa? E’ dovuto essenzialmente alle imposte e ai sussidi megalomani concessi alle energie rinnovabili. Quei soldi sono andati ai fabbricanti di pannelli e ai fondi internazionali che hanno comprato gli impianti, “non consentendoci così di sviluppare una filiera produttiva nazionale”.

Ma questa è la concorrenza, bellezza, di cui ha goduto anche Enel Green Power, divenuta in poco tempo una specie di cassaforte del gruppo.Così, sulla riduzione del debito che pesa sensibilmente sull’equilibrio finanziario dell’azienda, l’ad prima si mostra sicuro di sé (“abbiamo flussi di cassa sufficienti a servirlo e il rapporto debito/ebitda è costante”), poi però dichiara che nel giro di poco più di un anno porterà l’esposizione da 44 a 37 miliardi di euro, con un taglio del 16% che non è cosa di poco conto. Anzi, secondo alcune grandi banche di investimento internazionali, il debito dell’Enel potrebbe addirittura scendere del doppio, a 30 miliardi, cambiando radicalmente la percezione del bilancio di Enel agli occhi (e agli appetiti) degli investitori stranieri.

Su come realizzare un haircut di queste proporzioni, Conti se la cava sbrigativamente con l’uscita “dai mercati dove siamo troppo piccoli o da attività che non possono crescere”. E invece è questo il punto critico su cui l’azionista pubblico di riferimento dovrebbe mettere bocca. Si parla infatti di dismissioni di asset non strategici (?), come il 40% di Artic Russia Bv presente nel processo di esplorazione e produzione petrolifera, dopo aver già ceduto il 50% di Severenergia a Gazprom, che si è comprato anche la centrale elettrica di Marcinelle in Belgio. In vendita c’è anche il 12% del gasdotto che collega l’Algeria alla Spagna, il 15% di Enel Rete Gas e l’intera Enel Sole con i suoi due milioni di punti di illuminazione pubblica in Italia. Senza contare che, nonostante le smentite ufficiali, potrebbe essere venduta anche la centrale nucleare di Mochovce in Slovacchia, ammesso e non concesso che si riesca a trovare un compratore dopo lo stop della Corte Suprema che ha dichiarato illegittimi i lavori di costruzione dei reattori 3 e 4 della centrale.

L’opera di contenimento e ristrutturazione del debito sarà completata, oltre che dalle dismissioni, da una significativa riduzione degli investimenti, da circa 3 miliardi di euro di cartolarizzazioni del deficit tariffario e dai prestiti obbligazionari non convertibili già emessi sotto forma di titoli subordinati ibridi con una durata di 60 anni.

Sulla riduzione del costo del lavoro, che il gruppo elettrico intendeva perseguire con l’accordo sindacale del 9 maggio scorso, i conti finali devono ancora essere fatti. Infatti l’Enel si impegnava a corrispondere ai dipendenti coinvolti nel piano una prestazione di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alla normativa vigente, corrispondendo all’Inps la contribuzione fino al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento.

L’accordo iniziale prevedeva 3.500 domande di prepensionamento, a fronte delle quali l’Enel avrebbe proceduto a 1.500 nuove assunzioni. Le domande invece sono state 5.328 e si sta trattando sulle assunzioni supplementari. E’ presto dunque per tirare le somme, ma il beneficio sui costi non dovrebbe risultare sensazionale.

Senza entrare comunque nel merito di questa strategia di consolidamento del gruppo in ambito europeo, non si può negare il processo di “eterogenesi dei fini” che ha segnato il passaggio dall’azienda nazionalizzata di ieri alla public company di oggi, con tutti i pregi e i difetti che questa metamorfosi ha comportato. La cosa certa è che gli azionisti, Tesoro compreso, vogliono solo trarre il maggior guadagno possibile dal loro investimento.Se ciò non avviene, o vendono le proprie azioni, o licenziano i manager, che di conseguenza saranno indotti a remunerarli sempre più generosamente.

Sono solo favole del più trito anticapitalismo? Sentite cosa dicono oggi gli analisti dell’Union de Banques Suisses. “Enel dovrebbe limitare la flessione dell’ebitda grazie alla crescita di Green Power, all’America latina e al risparmio sui costi. Pertanto, il calo degli investimenti previsto per il prossimo anno (2 miliardi di euro rispetto al 2010-2012) dovrebbe sostenere una forte generazione di free cash flow, pari a circa 1,5-2 miliardi di euro per anno.

Questo dovrebbe consentire all’Enel di aumentare il proprio payout (quota di utile da distribuire agli azionisti) dall’attuale 40% a partire dal 2015-2016. Crediamo pertanto che il management di Enel accelererà il suo piano di cessioni, taglierà gli investimenti e massimizzerà il flusso di cassa. Questo comprimerà il rischio sul titolo – spiegano gli analisti di Ubs – con un outlook positivo di lungo termine sulla crescita dei dividendi e sull’andamento dell’utile”. C’è solo da chiedersi se è questo che vuole il governo italiano.

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