Il Premio Nobel ai due scienziati del bosone di Higgs

Bosone_di_HiggsIl britannico Higgs e il belga Englert avevano teorizzato 50 anni fa l’esistenza della “particella di Dio”

 

ROMA – Il Nobel per la Fisica è stato assegnato oggi al britannico Peter W. Higgs, 85 anni, dell’università di Edinburgo, e al belga Francois Englert, 81 anni, della Libera Università di Bruxelles, che, in modo indipendente, hanno previsto nel 1964 l’esistenza della particella grazie alla quale esiste la massa. Il terzo scienziato che aveva collaborato con Englert, l’americano Robert Brout, non è stato premiato perchè il regolamento del Nobel non prevede l’assegnazione del premio a ricercatori deceduti.

Higgs ed Englert riceveranno un assegno di 8 milioni di corone svedesi (1,25 milioni di dollari). Nella motivazione del Nobel l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia afferma che “la teoria premiata è una parte centrale del Modello Standard della fisica delle particelle, che descrive la materia di cui è costruito il mondo. In base al Modello Standard tutto, dai fiori alle persone alle stelle ai pianeti è costituito di pochi mattoncini: le particelle di materia”.

Il bosone che ha preso il nome da Higgs, è stato impropriamente chiamato “la particella di Dio” proprio per il fatto che, grazie ad esso, esiste la massa nel nostro universo.L’assegnazione del Nobel è stata accolta con grande soddisfazione al Cern di Ginevra, dove la scoperta del bosone è “materialmente” avvenuta lo scorso anno grazie all’acceleratore di particelle più grande del mondo, il Large Hadron Collider (LHC), un anello di circa circa 30 km di circonferenza.

Nelle attese della comunità scientifica non si escludeva un riconoscimento anche ad uno scienziato del laboratorio europeo, dal momento che, come si legge nelle stesse motivazioni del Nobel, “due gruppi di ricerca, ognuno di circa 3 mila scienziati, Atlas e Cms, hanno gestito l’estrazione della particella Higgs dai milioni di particelle in collisione».

All’epoca a guidare le squadre erano due italiani, Guido Tonelli e Fabiola Gianotti dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN). Per l’occasione, abbiamo voluto sentire come è stata accolta la notizia del Nobel nel leggendario Dipartimento di fisica nucleare dell’Università La Sapienza, quello per intenderci dove negli anni ’30 avevano lavorato “i ragazzi di via Panisperna”. Al telefono il ricercatore Ugo Giuseppe Aglietti ci fa capire, con parole semplici, l’importanza dei risultati conseguiti dall’intuizione dei due scienziati (ed altri) e dalla straordinaria conferma raggiunta quasi cinquant’anni dopo negli esperimenti all’acceleratore europeo, che ne hanno misurato la massa ed alcune proprietà.

“Questa scoperta senza dubbio eccezionale – aggiunge Aglietti – chiude di fatto un’epoca, quella della verifica del quadro teorico di riferimento della fisica delle alte energie, il cosidettomodello standard, formulato nella seconda metà degli anni sessanta, che ingloba il meccanismodi Higgs in uno dei suoi settori più delicati”. 

Questo significa che la fisica delle particelle ha esaurito la propria spinta propulsiva? “E’ probabile – conclude il ricercatore del Dipartimento di fisica – dato che la supersimmetria, una teoria che dovrebbe rimpiazzare il modello standard, ma a mio avviso è semplicemente una brillante idea teorica, non penso verrà scoperta neppure nella prossima fase di operazione di LHC.

La supersimmetria veniva predetta da molti autorevoli colleghi come la scoperta più importante di LHC, ma fino ad ora non se ne è avuta la minima conferma e non vedo motivi per nutrire ancora molte speranze. Paradossalmente, LHC ha scoperto quello che non doveva scoprire: un bosone di Higgs compatibile con il modello standard e per di più leggero. Quest’ultimo fatto indica che non c’è alcun problema di consistenza nel modello standard, che quindi può benissimo essere la ‘realtà ultima’ osservabile ad LHC. Sono consapevole di esprimere un’opinione personale, sulla quale altri potranno non essere d’accordo”.

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