Unipol toglie la pubblicità a Il Fatto Quotidiano

Unipol-sliderNegli States il padrone di Amazon compra il Washington Post ma non ostacola in alcun modo il lavoro dei giornalisti

 

ROMA – Due notizie a confronto. Federico Rampini su La Repubblica di martedì: “In quanto al timore che i golden boys delle tecnologie (si sta parlando dei tycoon di Amazon, di eBay, ecc., ndr) cerchino una scorciatoia per rafforzare la propria influenza politica, basta leggersi le recenti inchieste che il Washington Post sta dedicando al proprio nuovo padrone (Jeff Bezos): sono una lezione di autonomia dei reporter”. Voltare pagina.

Peter Gomez sul Il Fatto Quotidiano di ieri: “In queste settimane ilfattoquotidiano.it e Il Fatto Quotidiano si sono occupati spesso di Unipol e delle cooperative rosse che controllano il grande gruppo assicurativo di Bologna. La discussa fusione, voluta da Mediobanca, tra la compagnia di via Stalingrado e la FonSai, devastata dalla gestione Ligresti, si avvicina. Raccontarla, svelando anche notizie inedite e pubblicando sul web i nostri articoli dopo aver dato alle parti in causa la possibilità di parlare, è stato per noi un dovere. Per tutta risposta il gruppo Unipol ci ha tolto la pubblicità”.

Non sono solo due lezioni di buon giornalismo che si assomigliano per obiettività e deontologia. Sono due concezioni di democrazia, di rispetto dei ruoli e di liberalismo reale, agli antipodi l’una dall’altra. In America uno degli uomini più ricchi del mondo si compra per un mucchio di soldi un giornale leggendario. I giornalisti di quella testata, che costrinse alle dimissioni un presidente degli Stati Uniti, raccontano la storia di quell’uomo e delle sue fortune senza alcun riguardo o soggezione. E quell’uomo, padrone del giornale, non alza un dito per ammorbidire o condizionare l’inchiesta.

In Italia una delle storie industriali più opache e controverse degli ultimi anni viene ricostruita scrupolosamente da un giornale indipendente, dopo aver dato ai protagonisti della vicenda il diritto di replica. Non il proprietario di quel giornale (che non c’è), non uno degli azionisti della società editrice, non la parte lesa di un’inchiesta temeraria, ma solo il “primo attore” citato e riconosciuto nel reportage recede dal contratto pubblicitario stipulato con quel giornale.

Non sappiamo quale sia la motivazione di un gesto tanto sciagurato, ma certamente nessuno riconoscerà mai al gruppo assicurativo la giusta causa del recesso. Si tratta di una manifestazione di arroganza e di protervia purtroppo spesso insite in Italia all’esercizio del potere. E poco importa che in questo caso medium e inserzionista gravitino nella stessa area politica, perché anzi questa va considerata dal danneggiato un’imperdonabile aggravante.

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