La privatizzazione dell’Eni, no pasarà

Eni_Paolo_ScaroniE’ cominciato il grande carosello delle partecipazioni pubbliche. Terna, poi Eni, poi Rai e domani Enel

 

ROMA – “Venghino signori, venghino! Lo spettacolo (delle privatizzazioni) sta per cominciare!”.Lo show più fantasmagorico, più supersonico, più bello che ci sia! Acrobati-banchieri, trapezisti-advisor, mangiafuoco-consulenti, prestigiatori-faccendieri, il ministro del tesoro che cammina sulla palla, il sottosegretario-cannone, il direttore generale che addomestica le tigri. La compagnia di giro è al completo e il successo dello spettacolo è assicurato (anche se si tratta della replica di quello andato in onda vent’anni fa, ma tanto chi se lo ricorda).

Il banditore ha già annunciato al pubblico il titolo della rappresentazione. “Venghino signori, stasera si vendono i primi pezzi di quel che resta del tesoro nazionale”. E’ una vera occasione! Nel pacco regalo infatti c’è il 4,3% dell’Eni, il gruppo che assicura l’approvvigionamento delle fonti energetiche al nostro Paese, e il 4,9% di Terna, la società a partecipazione statale che gestisce le principali reti energetiche italiane. Gli altri pezzi pregiati, le infrastrutture strategiche del nostro sistema economico e industriale, come l’Enel, la Fincantieri, la Finmeccanica, la Rai seguiranno a breve. L’ha promesso il capocomico in persona, il ministro Saccomanni.

Il pubblico però si domanda: “Perchè l’Italia ha deciso di fare harakiri? Come è concepibile cedere a fondi di investimento speculativi le uniche leve di politica economica che ci sono rimaste? Come pensa lo Stato di esercitare il controllo su imprese che tutto il mondo considera strategiche vendendone a terzi la proprietà? L’orrenda fine, consumata proprio in questi giorni, della privatizzazione della nostra industria di telecomunicazioni non ci ha insegnato proprio niente?”.

Dobbiamo necessariamente ridurre il nostro debito pubblico, è la risposta unica che dovrebbe tagliare la testa al toro. E’ questo il “grande inganno” che i governi Berlusconi, Monti, Letta hanno perpetrato in questi anni vendendo l’anima del Paese ad un’Europa che non ha nulla a che vedere con quella dei padri fondatori e ai banchieri che la governano con mano pesante..

L’Eni è la cartina di tornasole di questa mistificazione. Il Tesoro possiede una quota del 4,34% del suo capitale sociale, mentre la Cassa depositi e prestiti detiene il 25,76%: totale pubblico 30,1%. Gli azionisti stranieri, prevalentemente fondi di investimento, già oggi hanno il 57,13%. Se cedessimo loro un altro 4,34%, con un patto di sindacato e un piccolo aiutino autarchico, potrebbero fare del nostro gruppo energetico ciò che vogliono anche in un’assemblea straordinaria, come peraltro è già successo senza che nessuno ne abbia mai parlato.

E quale sarebbe il beneficio per il nostro debito pubblico? Si stima che quel 4,34% di azioni Eni, ai prezzi attuali di borsa, possa valere all’incirca 2,6 miliardi di euro, pari allo 0,12% del debito che dai 2041,3 miliardi, ultimo ammontare stimato dalla Banca d’Italia, “precipiterebbe” a 2038,7 miliardi. I minori interessi che lo Stato pagherebbe per questo strepitoso risparmio sarebbero più che compensati nel breve periodo dai mancati dividendi che l’Eni distribuisce generosamente. “Il rendimento di quelle azioni – fa notare Il Sole 24 Ore – garantisce al ministero dell’Economia una cedola di circa 160 milioni all’anno, pari a circa il 6%. Se con il ricavato si riacquistano titoli di debito pubblico che costano intorno al 4-5% potrebbe annullarsi la convenienza economica dell’operazione di vendita”.

Anche quindi un ragioniere sconsiglierebbe di procedere alla privatizzazione. Ma qui non si tratta solo di numeri. Qui c’è in ballo l’indipendenza delle nostre scelte energetiche, la sicurezza degli approvvigionamenti, l’inopportunità di uscire da un settore strategico, il divario abissale tra i costi e i benefici di un’operazione in termini non solo economici, ma politici e democratici.

Ma ancor più dell’assurdità della  proposta, colpisce in questa storia l’assordante silenzio della politica. I partiti sono alle prese con le rispettive rese dei conti: il Pd impegnato fino al collo nelle vicende congressuali, il Pdl scomunicato da Forza Italia, il Movimento 5 Stelle sotto tutela e gli altri a sgomitare per ritagliarsi uno micro spazio politico. Al momento sull’isola governativa è rimasto solo il “soldato giapponese” a guardia della ragionevolezza. Sostiene infatti il vice ministro dell’Economia, Stefano Fassina: “Considero sbagliata una nuova cessione di aziende come Eni, Enel o Finmeccanica. Sia per ragioni di finanza pubblica, sia per ragioni di economia industriale. La riduzione del debito pubblico sarebbe insignificante e la spesa per interessi che si risparmierebbe sarebbe inferiore ai dividendi che lo Stato percepisce ogni anno dalle società quotate. Dall’altra parte c’è il rischio di perdere il controllo di aziende strategiche senza che i potenziali acquirenti siano obbligati a lanciare un’Opa”.

Opa o non Opa è questione secondaria. Ciò che conta è che un quadro di riferimento politico così evanescente non deve illudere Letta & C., nonchè i loro etero suggeritori a Francoforte, a Wall Street o nella City, sulla fattibilità dell’operazione. Come ai tempi del maldestro tentativo di privatizzazione dell’acqua la politica balbettava, ma gli italiani bocciarono plebiscitariamente quell’esproprio, così oggi intorno al fortino assediato dell’Eni si preparano steccati via via più difficili da superare.

Si va dall’art. 6 dello Statuto che vieta a chiunque di possedere azioni della società che comportino una partecipazione, diretta o indiretta, superiore al 3% del capitale sociale, pena il divieto di esercitare il diritto di voto, ai poteri speciali dello Stato ex legge 30 luglio 1994, n. 474 che, nonostante i ripetuti tentavi di Mario Monti di sterilizzare la “golden share”, gli danno ancora il diritto di opporsi all’assunzione di partecipazioni rilevanti, o alla stipula di accordi in cui vi sia rappresentato almeno il 3% del capitale sociale, o il diritto di veto all’adozione di eventuali delibere di scioglimento della società, di trasferimento dell’azienda, di fusione, di scissione, di trasferimento della sede sociale all’estero, di cambiamento dell’oggetto sociale, quando questi atti possano arrecare “concreto pregiudizio agli interessi vitali dello Stato”.

E se nessuno di questi strumenti fosse azionato per subordinazione della politica ai poteri forti del mercato, i cittadini avrebbero sempre la facoltà di ricorrere al referendum abrogativo di un simile sciagurato decreto. E c’è da star certi che quella facoltà, come ultima ratio, sarebbe senz’altro esercitata.

Potrebbero interessarti anche