I Cavalieri (mediatici) dell’Apocalisse

Vendesi_sliderPer esorcizzare il tabù del debito pubblico, i poteri forti spingono per cedere ai privati l’intero patrimonio pubblico.

 

ROMA – Appena una settimana fa scrivevamo della sconsideratezza dei propositi governativi di vendere all’incanto quel che resta delle aziende pubbliche nei settori strategici dell’energia, della difesa, dei servizi universali, delle reti e delle infrastrutture. Ed ecco che puntualmente spuntano dalle colonne del Corsera i “Cavalieri dell’Apocalisse italiana” nei panni degli epigoni della scuola di Chicago, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (a completare il quartetto biblico, senza apparire, ci sono i veri ispiratori della manovra, Mario Draghi e il suo fedele gregario Fabrizio Saccomanni).

Dietro l’alternativa manichea tra tassare pesantemente la ricchezza privata o vendere tutti i gioielli di famiglia degli italiani per abbassare di qualche punto il nostro debito pubblico, la scelta dei “talebani del mercato” è scontata. “Vendete tutto così tassate meno. La cessione delle quote che il ministero dell’Economia ancora possiede in Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, Fincantieri, Poste Italiane, Sace, St Microelectronics e Cassa depositi e prestiti produrrebbe circa 60 miliardi di euro”, che diventerebbero 96 con la vendita anche delle Ferrovie dello Stato.

Incuranti della funzione essenziale di quelle partecipazioni a sostegno dell’intero sistema economico, indifferenti alla possibile eterogenesi dei fini lasciati all’arbitrio di scelte mercantili, dimentichi che la Cdp vive del risparmio postale degli italiani e noncuranti del fatto che la propensione dei mercati a sottoscrivere i titoli emessi dallo Stato non cambierebbe granchè se l’ammontare del nostro debito, dopo il saccheggio, scendesse dagli attuali 2.400 miliardi di euro a 2.300, i “dioscuri” del liberismo si mostrano ideologicamente granitici.

Dopo aver liquidato sbrigativamente “i cori indignati sul ‘valore strategico’ di questa o quella impresa, o su quanto sia essenziale che essa rimanga ‘italiana’ (tra virgolette, ndr)”, non si fanno sviare dall’illusione che “dirigismo e imprese pubbliche possano produrre crescita, mentre invece finiscono per generare corruzione e costare miliardi ai contribuenti”. Salvo poi ricordare essi stessi le disastrose gestioni private di Alitalia e soprattutto di Telecom Italia, imputando agli “influssi politici diretti” anche gli scarsi risultati, per esempio, di Aeroporti di Roma, “regalata” ai Benetton.

Insomma, come nella simbologia del Nuovo Testamento, anche i nostri quattro Cavalieri dell’Apocalisse (Pestilenza, Guerra, Carestia e Morte), con tutte le salmerie mediatiche, scientifiche e finanziarie che li accompagnano, non fanno che preannunciare la fine dell’Italia.


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