La cultura, cenerentola della politica romana

Opera_romaTeatro Argentina, Palaexpo, Macro, Teatro dell’Opera, Biblioteche, la crisi accomuna le istituzioni culturali.

 

ROMA – C’è aria di grandi cambiamenti ai vertici delle istituzioni culturali romane. Anche se l’attesa per il valzer di poltrone in fondazioni, teatri e aziende speciali potrebbe essere più lunga del previsto, non solo perché, al momento, l’emergenza sulla quale il sindaco Marino ha concentrato ogni sforzo è quella finanziaria, ma anche perché sarebbe preferibile aspettare l’approvazione della delibera che stabilisce i criteri di nomina nelle controllate.

Su queste criticità legislative si sovrappongono anche i rapporti non certo idilliaci tra Marino e l’assessore alla cultura Flavia Barca che, per quanto amplificati strumentalmente dai media, non facilitano certo la ricerca di soluzioni in organismi tanto delicati e complessi. «L’industria di Roma è la cultura – ripete come un mantra il sindaco-chirurgo – sbagliare in questo campo è dunque vietato”.

Sul tavolo di Marino ci sono d’altronde partite che non è più possibile rinviare. La prima riguarda il Teatro di Roma, ovvero l’Argentina e l’India, il cui direttore Gabriele Lavia è in uscita per la Pergola di Firenze. Al suo posto il sindaco avrebbe voluto Alessandro Gassman, ma ha incontrato il veto del ministro della Cultura Massimo Bray, secondo il quale attori e registi (ovviamente senza alcun riferimento al caso specifico) hanno fatto solo danni alla guida dei teatri stabili e sarebbe perciò meglio scegliere un manager con esperienza specifica. L’identikit del ministro potrebbe corrispondere a quello dell’ex direttore generale dell’Eti Ninni Cutaia, mentre alla presidenza potrebbe restare Silvio Scaglia.

Ma a prescindere dalle nomine, la situazione del Teatro di Roma sembra precipitare verso il default. E’ di ieri infatti la notizia che la Regione Lazio che, in quanto socio, si era impegnata solo pochi giorni fa (il 30 ottobre per l’esattezza) a versare il contributo ordinario di 1,7 milioni di euro per quest’anno, ha dichiarato di non disporre al momento dei fondi impegnati. La cifra ovviamente era stata già contabilizzata nel bilancio di esercizio del Teatro.

Non solo, ma anche il Comune non ha ancora versato il contributo di 783 mila euro deliberato per quest’anno. Il risultato complessivo è che l’Argentina, pur avendo i bilanci in ordine, è costretta ad esporsi con le banche per oltre 5 milioni di euro e a pagare di conseguenza circa 150 mila euro l’anno di interessi passivi. Stando così le cose, c’è chi suggerisce con una boutade: “Perché, dopo il Valle, non occupare e autogestire anche l’Argentina, senza pagare le tasse, la Siae, i servizi comunali”.

Ma il cahier des doleances culturali nella nostra città si allunga ogni giorno. C’è il problema del Palaexpo alle prese con la serie ininterrotta di bilanci in rosso e con il ventilato rinnovo della governance. L’assessore Barca avrebbe voluto commissariare il Palazzo, ma il Quirinale – da cui dipende insieme alle Scuderie – ha posto il veto. All’assessore alla Cultura non è rimasto quindi che lasciare le cose come stanno, confermando la dotazione finanziaria dell’anno scorso, 11 milioni di euro, e l’attuale direttore generale Mario De Simoni che dovrebbe di conseguenza superare senza danni la prossima scadenza del mandato a dicembre.

Se il Teatro Argentina piange, il Teatro dell’Opera certo non ride. A dispetto dei 18 milioni versati ogni anno dal Campidoglio, l’ente lirico ha conti perennemente in rosso e rapporto sindacali pessimi di cui si ricordano le periodiche, eclatanti manifestazioni. La via del commissariamento dell’Opera sembra segnata. A quel punto salterebbe l’intero cconsiglio di amministrazione, tra cui il vicepresidente Bruno Vespa e i consiglieri Iole Cisnetto e Giancarlo Cremonesi. Commissario in pectore potrebbe essere l’attore Francesco Siciliano, la cui principale credenziale sembra essere il suo impegno nella campagna elettorale di Marino.

E un commissario potrebbe arrivare pure alle Biblioteche di Roma, ora dirette da un fedelissimo di Alemanno, Alessandro Voglino. A sostituirlo si parla con insistenza di Madel Crasta, docente universitaria e segretario generale del Consorzio biblioteche e archivi culturali di Roma (Baicr), una specie di istituzione in materia.

Ultimo capitolo, forse quello più spinoso, il Museo di arte contemporanea di Roma (Macro). Dopo lo sconsiderato allontanamento del direttore Bartolomeo Pietromarchi, ingiustamente messo in conto alla precedente amministrazione, si è alla ricerca, per ora senza successo, di un degno sostituto. La soluzione più probabile, anche per problemi di spesa, sarà quella di una promozione di Federica Pirani, storica dell’arte alla sovrintendenza comunale specializzata in arte contemporanea, il cui valore andrebbe ben al di là di un semplice “tappabuchi”.

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