Mai così tanti fallimenti nel nostro Paese

Imprese_chiuse_sliderNel solo terzo trimestre 2.500 imprese hanno chiuso i battenti. Anche gli altri indici smentiscono l’ottimismo di Letta

 

ROMA – Continua il necrologio dell’economia italiana. Dopo i drammatici annunci dell’Istat sui tassi di disoccupazione, quelli dell’Abi sul credit crunch, della Banca d’Italia sul debito pubblico, oggi è la volta del Cerved a comunicare che i fallimenti delle imprese nel terzo trimestre hanno toccato il record storico da dieci anni a questa parte.

Tra luglio e settembre infatti hanno dichiarato fallimento 2.500 imprese (+9,2% rispetto allo stesso periodo del 2012), portando nei primi nove mesi il numero dei fallimenti a sfiorare quota 10 mila (+12,1%). Se si allarga lo sguardo nel terzo trimestre in Italia si registrano anche 14.000 liquidazioni volontarie, che portano le chiusure nei primi nove mesi del 2013 a 62 mila, il 7,3% in più rispetto ad un anno fa.

“La nostra analisi sulle imprese – spiega Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved – mostra gli effetti del perdurare della situazione di difficoltà economica. I dati confermano la natura sistemica della crisi: la crescita dei fallimenti dei primi nove mesi riguarda tutte le forme giuridiche, tutte le aree geografiche e macro-settori, +14% nei servizi, +11,7% nella manifattura, che inverte il trend positivo registrato nel corso del 2012, e +9,7% nelle costruzioni”.

Mentre il presidente del Consiglio dalla Germania annuncia trionfalmente che l’Italia ce l’ha fatta da sola ad uscire dalla crisi, la Confcommercio fa sapere che il 2014 sarà ancora un anno di recessione per l’Italia, soprattutto per il Sud, smentendo così le convinzioni di molti esponenti politici ed economici, a cominciare da Enrico Letta, secondo i quali si è a un passo dall’agganciare le ripresa.

E da Bruxelles piovono sulla nostra economia secchiate gelate. La legge di stabilità all’esame del Senato, secondo la Commissione europea, espone l’Italia al rischio di “non rispetto delle regole su deficit contenute nel Patto di stabilità”. In particolare il testo inviato a Bruxelles per l’esame previsto dalle nuove regole di governance Ue (fiscal compact) “evidenzia progressi limitati” sulle riforme strutturali fatte dal Consiglio a maggio scorso.

Stando così le cose – fa sapere col solito tono minaccioso il commissario Olli Rehn – l’Italia non potrà chiedere alla Commissione Ue di fare uso della “clausola sugli investimenti” del Patto di Stabilità, perché non rispetta la condizione del debito pubblico in discesa a un ritmo insoddisfacente. E le misure adottate rischiano inoltre di essere ulteriormente indebolite in Parlarmento.

Cosa avrà da esultare il capo del governo, non si capisce.

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