I compensi fantastici dei manager italiani

Marchionne_sliderL’Ocse ha definito i manager italiani, pubblici e privati, i paperoni d’Europa

 

ROMA – Il referendum svolto ieri in Svizzera che chiedeva di fissare un limite ai compensi dei top manager, non superiore a 12 volte lo stipendio del dipendente meno pagato dell’azienda, è stato bocciato nettamente. Il risultato finale era scontato, anche per l’impegno che il governo elvetico ha messo nella campagna referendaria. “In questo modo – ha commentato il ministro del lavoro Schneider Amman – restiamo un mercato economico e finanziario attrattivo per gli investitori: il popolo ha dimostrato di tenere a una libera trattativa tra le parti nel mercato del lavoro”. Il timore infatti era che il tetto agli stipendi avrebbe fatto fuggire dalla Confederazione i colossi dell’industria e della finanza, come Roche, Nestlè, Novartis, Ubs, Credit Suisse.

Anche se i compensi equi e solidali sostenuti dai promotori del referendum (i giovani socialisti e i sindacati) avevano una certa carica utopistica, più di un terzo dei cittadini svizzeri ha votato sì, giudicando evidentemente indegna la sproporzione che oggi regola le relazioni industriali. D’altronde del tema si discute accanitamente in tutto il mondo produttivo e la crisi globale non ha fatto che gettare benzina sul fuoco delle polemiche.

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Guardando in casa nostra, si potrebbe pensare che la recessione in atto dal 2008 abbia falciato gli stipendi e i bonus dei massimi dirigenti italiani. Si scopre invece che sono tra i meglio pagati d’Europa. Dopo infatti che l’Ocse ha stabilito che i top manager della pubblica amministrazione italiana sono i più pagati al mondo, con una media di 484 mila euro all’anno (cfr. I dirigenti pubblici più pagati del mondo), ora si apprende che nel 2012 Sergio Marchionne, mentre la Fiat continuava a perdere quote di mercato, incassava da Fiat Auto e Fiat Industrial, tra stipendi, bonus, stock option, ecc., la somma complessiva di 46,5 milioni di euro.

Ma il caso, pur essendo di proporzioni eccezionali, non è isolato. Secondo infatti uno studio relativo al 2011 di Frontis Governance, una società di consulenza specializzata nelle raccomandazioni di voto agli investitori istituzionali, i top manager italiani sono sul podio dei meglio pagati d’Europa. Quell’anno infatti il manager più “ricco” risultò di gran lunga il presidente della Pirelli, Marco Tronchetti Provera, che fra compenso fisso e bonus triennale, incassò 22 milioni di euro. Dei manager più pagati fra le 38 principali società di Piazza Affari, come si vede dalla tabella allegata, facevano e fanno parte John Elkann (Exor, 8,22 milioni), Franco Bernabè (Telecom Italia, 6,74), Andrea Guerra (Luxottica, 6,60) e Marco Sala (Lottomatica, 5,21).

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La media dei compensi dei chief executive officer rispetto ai salari medi delle rispettive aziende è di poco inferiore a 100, con una punta massima per Pirelli (907 volte la retribuzione media del gruppo), seguita da Luxottica (260 volte), Telecom (203 volte), Unicredit (131 volte) e Prysmian.(130 volte).

Il dato assoluto del compenso, per quanto possa apparire esagerato, sarà almeno proporzionato ai risultati ottenuti? Niente affatto. Sempre secondo lo studio di Frontis Governance, il valore totale per gli azionisti delle 38 società dell’indice Ftse Mib – misurato come variazione dei corsi azionari più dividendi – è risultato negativo del 19% mentre le remunerazioni medie dei più alti dirigenti delle società sono aumentate di oltre il 14 per cento.
Tra il 12% del tetto auspicato dai promotori del referendum svizzero per il compenso del top manager rispetto alla media dei suoi dipendenti e il 907% della Pirelli (quello della Fiat è incommensurabile), ci sarebbe obiettivamente spazio per una più equa distribuzione della ricchezza.

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