Invitalia alla guerra dei roses

Arcuri_Domenico_sliderLa società parla di consuntivo economico positivo. Il bilancio 2012 chiude invece in rosso per 4,5 milioni di euro

 

ROMA – Il comunicato stampa dell’agosto scorso suonava come un inno all’efficienza e alla bona gestio di Invitalia. “L’Assemblea dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, ha approvato oggi il bilancio di esercizio 2012, che fa registrare un risultato economico positivo per il sesto anno consecutivo ed ha proceduto al rinnovo del CdA. Sono stati confermati Domenico Arcuri nell’incarico di Amministratore Delegato (806 mila euro all’anno, ndr) e Giancarlo Innocenzi Botti come Presidente (251 mila euro, ndr)”. 

Sull’analisi dei conti lo stesso comunicato era estremamente sintetico: “Il nuovo ruolo dell’Agenzia è stato reso possibile anche grazie al profondo processo di ristrutturazione e di drastica revisione del perimetro del Gruppo passato, negli scorsi anni, da 316 società controllate e partecipate a sole 5 controllate. Conseguentemente, è stato ridotto il numero dei componenti degli organi societari, passati da 492 a 38. L’organico del gruppo è stato ridotto del 47% (da 1719 a 926 addetti)”. Per chi ha un minimo di dimestichezza con i conti e la pazienza di andarsi a vedere i precedenti, questo “risultato economico positivo per il sesto anno consecutivo” suonava un po’ strano.

Guardando infatti, come è corretto per una società finanziaria e di partecipazioni come Invitalia, il dato a cui si deve guardare è il bilancio consolidato di gruppo.Allora il cannocchiale si rovescia e i risultati economici degli ultimi cinque anni si tingono tutti di rosso. Come rileva la Corte dei conti infatti, il conto economico consolidato esponeva nel 2011 un risultato negativo di 5,9 milioni, peggiore di quello dell’anno precedente che si era fermato a -3,9 milioni. Quel risultato negativo era imputato essenzialmente alle perdite della Nuovi Cantieri Apuania S.p.A. (-5,4 milioni di euro), che adesso è stata dismessa. Qualche modesto frutto si è visto dato che il consolidato dell’anno scorso ha chiuso con una perdita di “soli” 4,5 milioni. 

Lo strabismo delle due chiavi di lettura del bilancio di Invitalia non poteva non suscitare curiosità e imbarazzo tra gli osservatori. In particolare Il Fatto Quotidiano sembra aver ingaggiato un corpo a corpo con il gruppo guidato da Domenico Arcuri, appena rinnovato per la terza volta nell’incarico di amministratore delegato.Il giornale di Padellaro infatti sottolinea che sul tema cruciale della promozione dell’Italia all’estero, “ci sono ben poche righe nel bilancio di Invitalia e principalmente per dire che lo Stato, in tempi di austerity, non ha stanziato fondi a sufficienza”.

D’altronde il giudizio è suffragato dalla stessa Invitalia che nel bilancio 2012 della società, da poco depositato in Camera di commercio, ma non ancora pubblicato sul sito internet della stessa, si legge: “Quanto, infine, alle politiche di attrazione degli investimenti esteri, nel corso del 2012 si è purtroppo accresciuta l’entropia istituzionale, con decisioni solo in parte coerenti con la missione conferita ad Invitalia dal Parlamento in occasione della promulgazione delle norme per il riordino. Il gruppo ha pertanto proseguito la propria attività, in una logica conservativa e purtroppo non evolutiva che si auspica possa rapidamente essere modificata, restituendo ad Invitalia la centralità necessaria e gli strumenti, anche finanziari, adeguati atti a perseguire anche tale missione istituzionale”. E in effetti è proprio nel disordine “entropico” del sistema Paese che va letta la crisi di identità e di visione che affligge Invitalia.

Si dà il caso infatti che, visti gli scarsi (o nulli) risultati prodotti dalla società nell’attrarre investimenti esteri in Italia, il governo Letta, fedele alla politica degli annunci, abbia varato appena due mesi fa il mega libro dei sogni intitolato “Destinazione Italia”. In quel progetto onirico sono effettivamente descritte tutte le riforme che il Governo vorrebbe fare per rendere il Paese più attrattivo nei confronti degli investitori esteri e per migliorare le condizioni di impresa per tutti gli operatori, lungo tre direttrici: un Paese che funziona lungo tutto il “ciclo di vita” dell’investimento, un Paese che valorizza i propri asset; un Paese che attrae capitale umano.Non importa che delle 50 misure indicate probabilmente non ne verrà realizzata alcuna.

L’importante è che il progetto sia dotato di una congrua dote finanziaria e che Invitalia sia chiamata ad avere un non meglio definito “importante ruolo” nella governance del progetto lettiano. Ed è proprio qui che probabilmente cominciano i guai della “confusione istituzionale”. Già, perché intorno all’“osso” virtuale dell’attrazione degli investimenti stranieri c’è già una pletora di “cani” in cerca di padrone. Ci sono gli orfani dell’Ice sparsi in Italia e nelle sedi di mezzo mondo; c’è l’associazione delle Camere di commercio italiane all’estero che si candidano come strumento di promozione da e per l’Italia; c’è soprattutto Desk Italia, creato appena un anno fa presso il ministero dello Sviluppo economico per funzionare da interfaccia unica per quei soggetti esteri che volessero effettuare un investimenti nel nostro Paese. E’ possibile che Invitalia sia finita, deliberatamente o non, in questo “canaio” istituzionale? Può darsi e questo spiegherebbe la “guerra dei roses” in atto per dividersi il nulla, mentre aleggia sulla stessa società lo spettro del Commissario per la revisione della spesa pubblica che ha messo espressamente Invitalia nel suo mirino per esaminarne “criteri di affidamento, razionalizzazione, vincoli di bilancio, dismissioni, risparmi, etc.”.

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