I burocrati di Bruxelles senza vergogna

commissione_europeaBraccio di ferro tra Commissione e Consiglio dell’Ue nel tentativo di aumentare le retribuzioni

ROMA – Mentre la maggior parte dei Paesi dell’Unione europea si dibatte nella più grave crisi economica e finanziaria dal 1929, con milioni di disoccupati, riduzione reale dei salari e soglie di povertà via via crescenti, la Commissione di Bruxelles nega l’evidenza della crisi per giustificare l’adeguamento delle retribuzioni e delle pensioni dei propri funzionari.La cosa probabilmente sarebbe passata inosservata se il Consiglio Ue non si fosse opposto e avesse invocato la cosidetta “clausola di eccezione” per impedire che scattassero gli aumenti.

Ma la Commissione di Barroso non si è arresa e ha portato il conflitto di attribuzioni davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. La lettura della sentenza con cui la Corte ha respinto il ricorso della Commissione è estremamente istruttiva per capire gli interessi e l’estraneità degli eurocrati di Bruxelles rispetto alla situazione reale dei Paesi membri.Sul piano normativo, lo statuto della Ue stabilisce il Consiglio decide prima della fine di ogni anno in merito all’adeguamento delle retribuzioni e delle pensioni proposto dalla Commissione in base a determinati parametri e l’adeguamento è fissato in termini percentuali uguale per tutti. Ma è anche stabilito che “qualora si verifichi un deterioramento grave e improvviso della situazione economica e sociale all’interno dell’Unione, valutato alla luce dei dati obiettivi forniti in merito dalla Commissione, quest’ultima presenta adeguate proposte al Consiglio che delibera a maggioranza qualificata”. 

Nel dicembre 2010 il Consiglio dichiarò che “la recente crisi economica e finanziaria verificatasi nell’Unione, che ha comportato necessari adeguamenti di bilancio sostanziali, nonché una maggiore incertezza in materia di occupazione in vari Stati membri, ha dato luogo a un deterioramento grave e improvviso della situazione economica e sociale all’interno dell’Unione”. Chiese pertanto alla Commissione di presentare, alla luce dei dati obiettivi, adeguate proposte in tempo debito perché potessero essere esaminate e adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio entro la fine del 201.

La risposta della Commissione del luglio 2011 ha dell’incredibile: gli indicatori mostrano che nell’Unione la ripresa economica continua a progredire e che non vi è un deterioramento grave e improvviso della situazione economica e sociale all’interno dell’Unione. La diagnosi è talmente assurda che il Consiglio rinnova la richiesta alla Commissione affinché presenti una proposta appropriata di adeguamento delle retribuzioni. 

Ma la Commissione non molla, anzi rilancia. Pur evidenziandosi “un peggioramento per il 2011 rispetto alle previsioni pubblicate in primavera, sia per quanto riguarda gli indicatori economici e sociali sia per le turbolenze che stanno interessando l’economia europea”, l’Unione non si trova in una situazione straordinaria che impedisca l’adozione di misure tali da superare la perdita del potere di acquisto dei suoi funzionari. Lo stesso giorno di conseguenza presenta una proposta per aumentare tutte le retribuzioni dell’1,7%. A quel punto al Consiglio non resta che adottare la “clausola di eccezione” e censurare brutalmente la condotta della Commissione i cui documenti, vale a dire la relazione del luglio 2011 e le informazioni supplementari, “non rispecchiano in modo accurato e complessivo l’attuale situazione economica e sociale all’interno dell’Unione”.

L’analisi obiettiva della situazione economica dell’Unione mostra infatti che all’epoca le previsioni di crescita nell’Unione erano state ridotte in modo sostanziale per il 2012 dall’1,9% allo 0,6% e soprattutto che la creazione di posti di lavoro non era stata sufficiente a ridurre in modo sostanziale il tasso di disoccupazione che “ha raggiunto il 9,8% a ottobre 2011 e dovrebbe rimanere costantemente elevato”. Sulla base di tali elementi, “il Consiglio ritiene che la posizione della Commissione per quanto riguarda l’esistenza di un deterioramento grave e improvviso della situazione economica e sociale e il suo rifiuto di presentare una proposta ai sensi della normativa vigente si fondi su motivi palesemente insufficienti ed erronei”.

Con questa decisione, il Consiglio, sostenuto da molti Paesi dell’Unione (l’Italia non è tra questi), ha respinto la proposta di adeguamento delle retribuzioni presentata dalla Commissione, ponendo così fine al procedimento avviato. La stessa Commissione, così clamorosamente smentita, ha tentato un ultimo colpo di coda facendo ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione che tuttavia pochi giorni fa ha sentenziato che “non può essere accolto nessuno degli addebiti fatti valere dalla Commissione a sostegno del suo ricorso, che pertanto deve essere respinto in toto”. Giustizia, almeno questa volta, è fatta.

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