Una grande depressione ci sommergerà

grande_depressione_sliderIl 29,9% degli italiani condannati alla povertà e all’esclusione sociale. Un bilancio economico disastroso

 

 

ROMA – E’ scaduto il tempo dei travet che accusavano i premi Nobel di essere dei profeti di sventure, il tempo della troika che imponeva tagli e sacrifici compromettendo qualsiasi possibilità di sviluppo, il tempo dei ciarlatani che facevano credere di preparare il futuro mentre lo estraniavano.

Dopo anni di errori e di mistificazioni, finalmente è chiaro a tutti dove ci hanno portato cinque anni di “salvataggi”. L’Italia è il Paese con il più alto numero di disoccupati, subito dopo Grecia e Spagna, mentre per i giovani lottiamo per il primato assoluto. Il potere d’acquisto delle famiglie – si legge nel bilancio sociale dell’Inps – è crollato del 9,4% tra il 2008 e il 2012 e del 4,9% in un solo anno. Su quasi 7,2 milioni di pensionati che non arrivano a 1.000 euro al mese ce ne sono 2,26 milioni (il 14,3% del totale) che non arriva a 500 euro.

Il risultato finale che emerge dalle crude statistiche di Eurostat è che, dopo la Grecia, l’Italia è il Paese della zona euro dove il rischio di povertà ed esclusione sociale è il più alto in assoluto e coinvolge quasi un terzo della popolazione (era il 29,9% l’anno scorso). Insomma la “grande depressione”, come l’hanno battezzata agli inizi degli anni 30 del secolo scorso, è tornata.

La cosa fantastica è che, come allora, anche oggi governanti miopi e impreparati a fronteggiare una situazione deragliata dai binari del ciclo economico ordinario usano medicine sbagliate per curare una malattia nefasta. Così come Herbert Hoover, in carica dal 1929 al 1933 nel solco della politica liberista dei suoi predecessori, tagliò drasticamente la spesa pubblica (e le tasse sui capital gain) a difesa degli interessi del grande capitale, così oggi i vari Monti, Letta, Saccomanni, commissari straordinari della Ue, non ci porteranno mai fuori dalla palude.

Servirebbe un New deal italiano capace di concentrare riserve straordinarie sul sostegno alle imprese e ai lavoratori, con un programma di interventi in favore di disoccupati, poveri e handicappati, un programma per l’assunzione dei disoccupati, che portò all’assunzione in lavori socialmente utili di circa tre milioni di disoccupati (la cosiddetta Work progress administration). Nel giro di pochissimi anni l’America ritornò ai livelli pre crisi. E oggi il pil Usa, sostenuto dalla politica espansiva della Federal Reserve, è aumentato nel terzo trimestre di quest’anno del 3,6%, oltre attese.

Non si può più tacere e non lo fa neppure il presidente della Repubblica, sempre più avvezzo oramai a dettare l’agenda del governo: “L’Italia può dirsi soddisfatta e orgogliosa per lo sforzo di risanamento della finanza pubblica – afferma Giorgio Napolitano – Piuttosto è a livello delle istituzioni Ue che si impone una correzione di rotta e un impegno nuovo per la crescita e l’occupazione”.

Non sembra tuttavia che a Bruxelles ci sentano da quell’orecchio. Il commissario Olli Rehn continua imperturbabile a lanciarci accuse di negligenza e il nostro solerte ministro del Tesoro si preoccupa quotidianamente di tranquillizzarlo. E in questo balletto, un po’ grottesco, noi tutti ci sentiamo ‘malcontenti’, quasi infelici, “perché – come dice il Censis nel suo ultimo rapporto sulla situazione sociale del Paese – viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Si è rotto il ‘grande lago della cetomedizzazione’, storico perno della agiatezza e della coesione sociale. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti.”

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