La cultura per il futuro di Roma

Campidoglio_sliderLa Capitale appare bloccata in uno stallo delle politiche di sviluppo del settore. La ricerca di Federculture e della Cciaa

 

ROMA – Quanto è ancora centrale la cultura nella vita della Capitale e quanto può esserlo nel suo sviluppo futuro? Roma è stata a lungo una città di avanguardia nelle politiche culturali, innovando profondamente la gestione dei servizi pubblici in questo settore e assumendo un profilo di livello internazionale al pari di altre capitali.

Ma oggi un ciclo sembra essersi esaurito. La città di Roma può contare su una rendita eccezionale in termini di asset patrimoniali, ma deve saper rilanciare un nuovo progetto di crescita per i prossimi anni a partire dalla qualità della vita per residenti e ospiti, dalla partecipazione dei cittadini alla vita culturale, dallo sviluppo di nuova produzione creativa. La vita culturale della Capitale, infatti, è ancora concentrata sui grandi attrattori e ai siti culturali più popolari senza un vero legame con il tessuto profondo della città dove, invece, occorrerebbe stimolare nuova creatività, coinvolgimento dei residenti, formazione e creazione artistica.

I temi aperti sono molti, ma altrettanto numerosi i punti di forza da cui ripartire. A cominciare dai numerosissimi luoghi di cultura, dalle 1.200 biblioteche, dalle 232 case editrici attive, le oltre 450 imprese del settore audiovisivo, o le 16 Università, le Accademie e i centri di alta formazione.
Il panorama della cultura romana viene così ampiamente descritto nella ricerca “Cultura, Impresa e Territorio. La cultura nell’economia romana per il sistema delle imprese e per i cittadini”, frutto dell’osservatorio condotto per il terzo anno consecutivo da Federculture e dalla Camera di Commercio di Roma, presentata al Palazzo delle Esposizioni.

Lo studio evidenzia la grande ricchezza culturale dell’area romana ma anche alcune criticità che emergono nell’analisi delle tendenze più recenti. Innanzitutto una diffusa crisi della partecipazione dei cittadini alla vita culturale, particolarmente evidente nelle attività di spettacolo che, nella provincia romana, nel 2012 già evidenziavano complessivamente un calo del volume d’affari dell’8% e nella prima parte del 2013 è vivono un vero e proprio crollo. Nel teatro, ad esempio, la diminuzione che si registra nella spesa del pubblico è del 18,5%, per le mostre ed esposizioni addirittura del 27%; va meglio il cinema che comunque vede un calo della spesa al botteghino del 3%.

Roma è ancora indiscussa meta di turisti internazionali con quasi 12 milioni di arrivi e 30 milioni di presenze nel 2012, ma contemporaneamente si rileva una riduzione della durata media del soggiorno. A risentirne maggiormente è il settore extra-alberghiero che vede un calo della permanenza media dei turisti negli ultimi 5 anni pari al 26,7%. Inoltre, la spesa turistica nella Capitale tende a diminuire, nel 2012 dell’1,7%, mentre in altre capitali come Barcellona è cresciuta del 25% e a New York del 9,5%.

Emerge, dunque, una disaffezione di residenti e turisti verso l’offerta di cultura presente nel territorio, che è anche strettamente connessa alla difficoltà e alle incertezze che vivono le aziende pubbliche di produzione culturale.

Il sistema delle aziende culturali pubbliche romane, di cui la ricerca indaga a fondo i bilanci e l’attività istituzionale, per anni ha prodotto ricchezza e qualità dell’offerta e genera circa 265 milioni di euro l’anno come valore della produzione. Queste realtà hanno saputo coinvolgere positivamente i privati nella gestione delle attività culturali e aumentare i ricavi da attività proprie arrivando ad una capacità di auto-finanziamento mediamente intorno al 50%, pesando sempre meno sui bilanci pubblici.

Ma oggi il loro sviluppo è bloccato dalla mancanza di un chiaro indirizzo di governance pubblica, da un quadro normativo incerto e per molti aspetti penalizzante e da un non sicuro impegno finanziario da parte delle amministrazioni di riferimento. Molte di queste imprese si trovano, dunque, a fare i conti con una riduzione della produzione e quindi dell’offerta a cittadini e turisti, impoverendo complessivamente il panorama culturale della Capitale.

Per altre strutture l’incertezza della programmazione pubblica e della strategia di gestione sta determinando un immobilismo che si traduce in allontanamento del pubblico. Ne è un chiaro esempio il Museo Macro che da gennaio ad agosto del 2013  ha subito una vera e propria emorragia di visitatori: -32% per la sede principale del museo e addirittura -61,7% per il Macro Testaccio.
L’impasse in cui si trovano oggi la città di Roma e l’intera area metropolitana non deve diventare anche una crisi di idee.

La rete delle aziende dei servizi culturali e il vasto e vitale tessuto imprenditoriale ed associativo diffuso sul territorio, nonostante i molti segnali di difficoltà nella partecipazione culturale dei cittadini, possono rappresentare un asset strategico su cui puntare per disegnare nuove politiche di sviluppo economico e di coesione sociale.

Per uscire da questa situazione sono determinanti le scelte del governo locale in termini di investimenti e di linee di azione chiare e decise. Occorre un impegno forte, innanzitutto sulla governance, che coinvolga tutti i principali attori del territorio e le energie finanziarie e manageriali anche private.

Il percorso per ripartire appare quello di sommettere sulle persone, sui bisogni dei cittadini, e sulle esigenze di creativi, artisti, imprenditori e far sì che la cultura diventi il terreno del coinvolgimento di tutte le espressioni della società per costruire una nuova visione della città.

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