L’arte a Roma negli anni ’70

Alighiero-Boetti

Roma diventa la protagonista di una racconto puntuale ed esaustivo dei fenomeni artistici degli anni Settanta

 

ROMA – In questa mostra, ideata e curata da Daniela Lancioni, inaugurata ieri al Palazzo delle Esposizioni, Roma diventa la protagonista di una racconto puntuale ed esaustivo dei fenomeni artistici degli anni Settanta, fenomeni che hanno certificato il passaggio dal moderno al postmoderno. Il periodo è stato caratterizzato dalle crisi violente contro un sistema di valori culturali e sociali che naturalmente non potevano non coinvolgere l’arte. Quelli che sono stati qualificati come “anni di piombo” possono però essere considerati anche come portatori di nuove istanze di libertà, di novità, di condivisione.

La mostra cerca di far emergere le varie voci che in momenti così drammatici per la vita del Paese danno a quegli anni un volto straordinario: la città, anche in quel momento, ha mostrato la sua proverbiale apertura verso le novità attraverso il lavoro delle istituzioni, delle tante gallerie private, dei numerosi artisti che si fermavano e davano luogo a dibattiti, confronti, condivisione, speranze. Su tutto aleggia lo spirito di Renato Nicolini che ha considerato la cultura, aperta a tutti, come la strada per un rinascimento civile.

L’esposizione apre  nella rotonda centrale del Palazzo indicando percorsi suggeriti dalle quattro mostre che hanno segnato l’arte di quegli anni: “Vitalità del negativo dell’arte italiana  1969/70” e “Contemporanea”, entrambe a cura di Achille Bonito Oliva, “Fine dell’Alchimia”, a cura di Maurizio Calvesi, e  “Ghenos Eros Thanatos”, a cura di Alberto Boatto. Emergono le due strade prese, contemporaneamente, dall’arte, quella della rivolta verso i linguaggi definiti con una riappropriazione dell’atto creativo e quella del ritorno all’ordine, strada sempre in agguato in una Roma imbevuta di classicismo.

Le sale della mostra sono dedicate a temi intorno ai quali vengono riunite opere di artisti diversi che mostrano le tante sfaccettature del pensiero del tempo, gli incontri e gli scontri che costituiscono un viaggio fra capolavori assoluti,  come quelli  di Schifano, Boetti, Agnetti, Long, Kosuth, e lavori meno conosciuti di gruppi di autogestione, di cooperative di femministe. Il tutto a rendere il più possibile sfaccettato e molteplice il racconto del tempo. Che forse alla resa dei conti in una mostra “istituzionale” riflette più il rigore, la durezza, l’impegno che non la felicità, la libertà, la sperimentazione.

di Maria Grazia Tolomeo

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