Acea: Zanda rimescola le carte

Acea_sliderNonostante l’opposizione del partito, il capogruppo Pd invita a votare l’emendamento Lanzillotta


 

ROMA – Avevamo appena finito di raccogliere le dichiarazioni dei senatori e dei consiglieri comunali del Pd e di Sel – tutti concordemente contrari all’emendamento Lanzillotta che autorizza il Comune di Roma a vendere sul mercato parte delle proprie azioni Acea (vedi Acea 1: il remake della privatizzazione, ndr), che stamattina il presidente dei senatori Pd, Luigi Zanda, rimette tutto in discussione.

Come si conviene ad ogni operazione di bizantinismo perfetto, Zanda parte da una premessa dogmatica che dovrebbe rassicurare tutti: “L’Acea deve rimanere sotto il controllo pubblico. Qualunque ipotesi di privatizzazione è inammissibile, come sarebbe ugualmente inammissibile decidere di vendere aziende come l’Eni o l’Enel per ripagare i debiti dello Stato italiano”.

Poi inizia a confondere le acque, immemore dei risultati referendari di due anni fa, indicando i due obiettivi proposti dall’emendamento: una ricognizione delle cause che hanno fatto lievitare il debito comunale e un piano per il riequilibrio strutturale del bilancio. E’ chiaro che si tratta solo di fuffa che non serve praticamente a niente.

Il dispositivo vero sta alla fine della dichiarazione (in cauda venenum): l’emendamento prevede “la possibilità che il Comune possa dismettere quote dell’Acea senza cedere il controllo pubblico che è, e resta, disciplinato dal codice civile, all’articolo 2359, comma 1, punto 1”. E che dice l’articolo richiamato? Una cosa ovvia, cioè che una società si considera controllata da un’altra quando quest’ultima possiede tante azioni di quella pari “alla maggioranza richiesta per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria”.

Per completezza di analisi giuridica, Zanda avrebbe dovuto quindi citare anche il successivo articolo 2368 del c.c. dove si dice che l’assemblea ordinaria dei soci delibera a maggioranza semplice (mentre quella straordinaria richiede il voto favorevole di più della metà del capitale sociale).

Applicando il combinato disposto legislativo al ragionamento di Zanda (e della Lanzillotta), se il Comune cedesse il 20% delle proprie azioni Acea, con il restante 30% rimarrebbe sempre il socio di maggioranza relativa, ma sarebbe esposto in qualsiasi momento ad andare in minoranza qualora, per esempio, gli attuali soci privati, con o senza patto di sindacato, si coalizzassero per prendere qualsiasi decisione.

Già oggi infatti il gruppo Caltagirone (16%), i francesi di Suez (12%) e la Norges Bank (2%) messi insieme raggiungerebbero lo stesso quorum del Comune post cura Lanzillotta. Ma è assai probabile, anzi certo, che gli attuali soci privati approfitterebbero della (s)vendita comunale per arrotondare i rispettivi pacchetti azionari.

La conclusione del capogruppo Pd al senato era al limite dell’ossimoro: “Noi del Pd  siamo fermamente contrari a qualunque privatizzazione e, pertanto, l’emendamento della relatrice va votato nella sua interezza”. Poi però il Senato si è incaricato di rimettere le cose a posto e ha di fatto svuotato l’emendamento Lanzillotta confermando il 50% della multiutility romana in mano al Comune.

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