Nelle sabbie mobili di Telecom Italia

Telecom_Italia_sliderIl sospetto di accordi sottobanco fra i soci per favorire gli spagnoli di Telefonica. La funzione di supplenza politica dell’ordine giudiziario.

“Derelitto quel paese che affida il rispetto della legalità soltanto ai carabinieri”, diceva vent’anni fa un acuto osservatore. Contro quell’anomalia ci siamo battuti anche noi, per poi concludere amaramente che le cose in tutto questo tempo non sono cambiate, anzi sono peggiorate.

Non passa giorno infatti che la magistratura non sia costretta ad intervenire per reprimere le più incredibili truffe di politici e amministratori locali, per arrestare manigoldi e profittatori, per perseguire reati finanziari, per far luce su ogni sorta di reato contro il patrimonio pubblico. E ogni volta ci facciamo la stessa domanda: dove sono il comitato di controllo degli enti locali, la Corte dei conti, il collegio sindacale, la società di revisione, il direttore del carcere, l’Authority? Tutti spariti. E’ rimasto solo il procuratore della Repubblica a scoperchiare il verminaio.

Quello che sta accadendo in Telecom Italia ha tutta l’aria di confermare la regola perversa. E’ da settembre scorso che comincia a sentirsi puzza di bruciato, da quell’improvviso accordo tra i soci di Telco (Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca) e la spagnola Telefonica, per un aumento di capitale di 324 milioni di euro riservato agli spagnoli mediante l’emissione di azioni ordinarie senza diritto di voto. Il presidente Franco Bernabè prima manifesta la sua opposizione e poi si dimette da tutte le cariche.

Non gliene frega niente a nessuno. Il governo si nasconde pilatescamente dietro la natura privata della società, si sente solo qualche flebile lamento sulla passaggio di mano di una delle principali imprese strategiche del Paese e sulla sua perduta italianità e in Parlamento si continua enfaticamente a proclamare che “la difesa della legalità non può prescindere da una diffusa cultura del rispetto delle regole e dei diritti”.

I congiurati allora approfittano del vaniloquio e accelerano i tempi per arrivare al fatto compiuto. Segue infatti il prestito convertendo da 1,3 miliardi di euro sottoscritto dal fondo americano BlackRock, con il grottesco corollario del superamento del 10% del capitale del gruppo telefonico, prima ammesso a Wall Street e poi smentito in Italia. Contestualmente Telecom Argentina viene venduta per 960 milioni di dollari al fondo Fintech del magnate messicano David Martinez, per salvare Telefonica dai fulmini dell’Antitrust argentino.

Finalmente, dopo gli esposti dei piccoli azionisti e della Findim di Marco Fossati, si muove la Consob che vuole vederci chiaro sull’intera vicenda. Dopo aver esaminato le carte e ricevuto le informazioni supplementari richieste ai protagonisti della storia, l’Authority di Vegas spedisce il dossier alla Procura della Repubblica, avendo evidentemente riscontrato delle anomalie. L’ipotesi di reato su cui hanno cominciato a muoversi gli inquirenti è quella di ostacolo agli organi di vigilanza e di accordi occulti fra i soci.

Insomma, potremmo essere di fronte ad un’altra brutta storia di raggiri e mistificazioni ai danni dei piccoli azionisti e del Paese, come era avvenuto per i crack Parmalat e Ligresti. La storia dunque si ripete e  talvolta compaiono gli stessi attori, che poi spariscono quando le cose si mettono male. La magistratura anche questa volta accerterà reati e responsabilità e non può essere accusata di invasione di campo se supplisce alle carenze (o alle collusioni) altrui.

Tocca dar ragione, obtorto collo, a Gian Carlo Caselli che, apprestandosi a lasciare la magistratura, si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “Il vero problema degli ultimi quarant’anni è che per far fronte alle varie emergenze la politica s’è sempre affidata alla magistratura, delegando ogni risposta e rinunciando a quelle che le competevano, salvo poi attaccarla  quando arrivava a certe  inevitabili conseguenze”. Come dargli torto?

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