Il “furto” alla Banca d’Italia

Banca_ditalia_sliderCon il d. l. del 30 novembre scorso, il capitale della B.I. passa da 176 mila euro a 7,5 miliardi

 

 

ROMA – Non è poi così lontana la data del 29 gennaio quando scadranno i termini per la conversione del decreto legge approvato dal governo il 26 novembre scorso e pubblicato sulla G.U. quattro giorni dopo. Quel provvedimento, confermando l’anomalia della privatizzazione della Banca d’Italia, ha dato il via libera alla rivalutazione delle quote della Banca, il cui capitale sociale è attualmente di appena 156 mila euro, detenuto al 95% dalle principali banche italiane.

Per anni ci si è posti il problema di come mai le banche italiane possano essere azioniste dell’istituzione pubblica che dovrebbe controllarle? E come mai il capitale sociale di B.I. è di appena 156 mila euro, cioè un valore assolutamente insignificante rispetto agli asset patrimoniali dell’Istituto, a cominciare dall’oro detenuto nei suoi caveau e dallo sconfinato patrimonio immobiliare?

Sul primo punto, il conflitto d’interessi è così stridente che più volte ne è stata chiesta la cancellazione, anche alla luce dello stesso statuto di Bankitalia che fino al 2007, all’art.3, prevedeva che le quote del capitale sociale fossero in maggioranza in mano pubblica e che i soggetti privati non  potessero cedere le loro eventuali quote di minoranza ad altri soggetti privati. Ma poi Draghi, appena nominato governatore, provvide a cancellare la norma. Il Ministro Tremonti nel 2005 aveva provato a sanare la situazione con una legge per trasferire la proprietà allo Stato, previa approvazione entro tre anni di un regolamento per il passaggio delle quote, ma quel regolamento che non fu mai stato approvato.

Invece il decreto legge pubblicato il 30 novembre stabilisce che “la Banca d’Italia è autorizzata ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie fino all’importo di euro 7.500.000.000. Ai partecipanti possono essere distribuiti esclusivamente dividendi annuali, a valere sugli utili netti, per un importo non superiore al 6 per cento del capitale”.

E così il dono prenatalizio confezionato dal duo Letta-Saccomanni è stato graziosamente consegnato alle banche italiane. Lo stesso decreto stabilisce infatti che “ciascun partecipante al capitale non potrà possedere, direttamente o indirettamente, una quota di capitale superiore al 5 per cento”. I soggetti, italiani ed europei, autorizzati a detenere quote nella Banca d’Italia saranno “banche, fondazioni, assicurazioni, enti ed istituti di previdenza, inclusi fondi pensione”.

Per capire l’entità del “pacco dono” già oltre un anno fa l’ex rettore della Bocconi, Guido Tabellini, aveva spiegato l’ “inghippo”. Premesso che secondo lo statuto, la distribuzione dei dividendi della Banca d’Italia deve avvenire su decisione del Consiglio Superiore (eletto dai “partecipanti al capitale”, cioè dalle banche) “per un importo fino al 6% del capitale” e poi “può essere distribuito ai partecipanti a integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale”, per un totale dunque del 10% del capitale, si potrebbe realizzare questo aberrante risultato.

Fino ad oggi, con un capitale è di 156 mila euro, il 10% del dividendo era di 15.600 euro. Ma con la rivalutazione del capitale stabilita dal decreto legge, il 10% può comportare distribuzioni annuali dell’ordine di almeno 450-750 milioni di euro. Senza contare che i soci avrebbero a disposizione ampi margini patrimoniali per aumentare ulteriormente il capitale sociale dell’Istituto.

In alcune simulazioni effettuate dall’economista Giovanni Pàssali, con un capitale della Banca d’Italia ulteriormente rivalutato a 20 miliardi di euro, potrebbero aversi i seguenti risultati finanziari tra il 2012 e il 2015.

Utile netto dell’esercizio   2012        2.501.125.966

Riserva ordinaria  (20%)               500.225.193

Ai partecipanti (10% del  capitale)       15.600

Riserva straordinaria  (20%)          500.225.193

Allo Stato il residuo                1.500.659.980

E questa sarebbe l’ipotesi con il  nuovo regime introdotto dal decreto legge 133 (p.e., capitale a 20 miliardi):

Utile netto dell’esercizio 2015            2.501.125.966

Riserva ordinaria  (20%)               500.225.193

Ai partecipanti (10% del  capitale)           2.000.000.000

Riserva straordinaria  (20%)           0

Allo Stato il  residuo                       900.773

“Si tratta – commenta Passali – di una manovra economicamente suicida per i conti già disastrati dello Stato. Ma, fatto ancora più grave, perché si tratta di un furto ai danni della popolazione italiana. Un furto morale e di fatto, ma non di diritto perché tutto si svolge nel pieno rispetto delle leggi vigenti”.

Per consentire dunque al Tesoro di incassare un gettito immediato (di circa 1,2 – 1,5 miliardi) tassando la plusvalenza realizzata dagli istituti di credito sulle loro quote nella banca centrale, gli stessi istituti italiani hanno risolto con un colpo solo il problema dei rispettivi ratios patrimoniali, mentre il popolo italiano ha perso ogni diritto, ancorchè virtuale, sull’oro e sulle proprietà della Banca d’Italia.

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