Poste: cessione di quote sì, spezzatino no

Massimo_SarmiIl governo pronto a cedere il 40% di Poste Italiane spa. Le pressioni di grandi gruppi per acquistare i “bocconi”

 

 

ROMA – A Palazzo Chigi si discute di dismissioni del patrimonio pubblico e il sottosegretario alla Presidenza Patroni Griffi convoca tutte le parti interessate per cominciare a parlare di Poste Italiane. Intorno al tavolo infatti c’erano, con il viceministro dello Sviluppo economico, Antonio Catricalà, l’amministratore delegato delle Poste, Massimo Sarmi, l’ad della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini e per il Tesoro il direttore finanza e privatizzazioni Francesco Parlato e il direttore generale Vincenzo Lavia.

Una nota asettica del governo emessa al termine della riunione ha informato che sono state esaminate “tematiche rilevanti rispetto alla ‘valorizzazione’ di Poste Italiane, anche ai fini del percorso di privatizzazione della società. In particolare, è stato esaminato il tema della definizione del quadro regolatorio della convenzione tra Cassa depositi prestiti e Poste e dei crediti verso lo Stato di quest’ultima società”.

D’altronde già a metà dicembre il premier Letta aveva annunciato l’intenzione di vendere quote del gruppo Poste nel corso di quest’anno, nell’ambito di quel piano di privatizzazioni da 12 miliardi messo a punto per ridurre il debito pubblico. Fermo restando che in ogni caso si tratterà di una quota di minoranza, sulla cui entità per il momento ci sono solo indiscrezioni che parlano di un 30-40 per cento.

Quella anticipazione del governo circa l’apertura del capitale di Poste e la partecipazione dei lavoratori all’azionariato negli organi societari era stata vista positivamente anche dal segretario generale di Cisl Poste, Mario Petitto, a patto però che “il controllo dell’azienda resti in mano allo Stato” e non si proceda ad uno spacchettamento. “La proposta di Letta – aveva precisato il segretario del più forte sindacato interno – noi la accettiamo di buon grado anche perché è una nostra antica idea, ma il presupposto essenziale è che il governo, nel momento in cui apre ai privati ed ai lavoratori nell’azionariato, lo faccia mantenendo l’azienda  integra e non si profili il rischio di una frammentazione”.

Ed è intorno al perimetro della privatizzazione che si gioca la partita vera. Riguardo infatti al bilancio consolidato del gruppo nel 2012 (utili netti per 1.032 milioni di euro, ricavi totali per 24 miliardi), la crescita complessiva dei ricavi è dovuta esclusivamente alle performance positive dei comparti assicurativo e finanziario, neppure in grado di compensare gli effetti della flessione che la riduzione dei ricavi postali ha prodotto sul risultato operativo. Infatti, i ricavi dei servizi postali e commerciali si sono attestati a 4,6 miliardi di euro, con una diminuzione del 9,8% rispetto al 2011, mentre i ricavi dei servizi finanziari hanno mostrato un incremento del 5,5% (+279 milioni di euro), così come i risultati ottenuti dal servizio assicurativo Poste Vita che, in controtendenza con un mercato in contrazione, hanno conseguito premi per un totale di 10,5 miliardi di euro, con un aumento del 10,5% rispetto all’anno prima.

E’ naturale quindi che gli “appetiti” degli investitori si concentrino sugli asset più remunerativi del gruppo. Ma il pericolo di uno “spezzatino” sembra, per il momento, scongiurato. Una fonte anonima della Presidenza del Consiglio fa sapere che “è esclusa la cessione di una quota di maggioranza. L’esecutivo vuole cedere quote di Poste Italiane Spa, ma non delle controllate. Si preferisce questa soluzione piuttosto che procedere a uno spezzatino vendendo magari Poste Vita o Banco Posta e lasciando in difficoltà il resto dell’azienda”. Lo stesso Sarmi d’altronde aveva più volte auspicato che un’eventuale “valorizzazione” di Poste da parte del Tesoro, che la controlla al 100%, coinvolga l’intera azienda e non solo singole società del gruppo.

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