Non ci resta che confidare sulla provvidenza

euro-coin-SLIDERI consumi continuano a calare e lo spettro della deflazione comincia a materializzarsi. Aumenta il debito pubblico

 

 

ROMA – A novembre il Pil non è calato. Anche se su base annua la ricchezza degli italiani si sarà ristretta dell’1,6/1,8%, i nostri governanti hanno già brindato entusiasticamente all’inversione del ciclo economico, all’uscita dalla crisi, alla ripresa dello sviluppo. E hanno brindato come se il merito di questo dato effimero fosse loro, mentre non è affatto così: il governo Letta non ha fatto finora nulla di concreto per cambiare passo e i modesti “pannicelli caldi” contenuti nella legge di stabilità devono ancora entrare in vigore.

Cause sostanziali ed effetti della crisi che dal 2008 ci tormenta sono ancora tutti lì, integri, micidiali, insormontabili. La disoccupazione oltre il 12% non diminuisce (mentre quella giovanile aumenta), la pressione fiscale e contributiva continua a crescere, la zavorra burocratica impedisce di fatto qualsiasi movimento, i consumi crollano e la sterilizzazione del credito a imprese e famiglie continua ad aumentare con un ulteriore calo del 4% a novembre, il peggior dato dal giugno 1999 (in un anno i prestiti alle aziende sono calati di 50,2 miliardi, mentre i tassi di interesse sono aumentati oltre il 5%).

Che cosa c’è da brindare in queste condizioni resta un mistero. Nell’abbandonare la poltrona di vice ministro dell’economia (la gaffe di Renzi è stato solo un pretesto), Stefano Fassina aveva ammesso che “nessun governo europeo, qualunque sia la sua maggioranza, è oggi in grado di operare uno choc positivo. I vincoli sono troppo stringenti. Per questo dobbiamo portare a Bruxelles l’epicentro del conflitto. E’ lì che va data battaglia per cambiare profondamente la politica economica europea. Occorrono nuove regole per l’accesso al credito, una politica monetaria contro la deflazione, lo scorporo degli investimenti dai vincoli del patto di stabilità e un coordinamento delle politiche economiche che corregga gli squilibri dei Paesi che hanno forti surplus della bilancia commerciale. Siamo sulla rotta del Titanic e l’iceberg è vicino. Il semestre di presidenza italiana va giocato su una nuova agenda per l’Europa”.

La maggior parte degli italiani è convinta che questa sia l’unica strada che può portarci realmente fuori dal pantano della crisi, senza farci precipitare nella deflazione. Ma purtroppo tocca mettersi l’anima in pace: il governo delle larghe intese non ha alcuna volontà di aprire il fronte della rinegoziazione della politica europea di austerità che continua a soffocare in fasce la neonata ripresa economica.

Per chi nutrisse ancora dei dubbi in proposito sarebbe sufficiente sfogliare (leggere 169 pagine sarebbe come fare harakiri) la “Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per l’anno 2014”, appena approvata dal Consiglio dei ministri. In quel documento, affidato alle cure del più tenace, ostinato, irriducibile custode dell’ortodossia comunitaria, il ministro Enzo Moavero Milanesi lasciatoci in eredità da Mario Monti, non troverebbe una riga, che è una, che lasciasse intuire la volontà di rimettere in discussione uno solo dei vincoli più soffocanti della politica economica e finanziaria della Ue.

Il pistolotto iniziale della Relazione la dice lunga sulle intenzione “bellicose” del prossimo semestre di presidenza italiana: “Il Governo intende, nel corso della ‘presidenza semestrale’, portare avanti alcune priorità europee: il rilancio dell’occupazione e della competitività, in un quadro di finanze pubbliche sane e ben impiegate; la gestione condivisa dei flussi migratori verso l’Europa; il completamento della riforma funzionale, per un’unione economica e monetaria più stabile, integrata e solidale; il sostegno alla costruzione di un’unione politica; la promozione dei valori civili e degli interessi europei nel mondo globalizzato”.

Anzi, sul piano della politica economica e finanziaria si spinge ancora più in là, contestando le pur timide aperture che gli esperti comunitari avevano suggerito. “Nel corso del 2014,dovrebbe essere presentata dalla Commissione europea una proposta sulla separazione delle attività finanziarie più rischiose delle banche da quelle d’intermediazione tradizionale (Rapporto Liikanen), nel solco di iniziative già intraprese negli Stati Uniti e nel Regno Unito (la cosiddetta Volcker Rule nella legge Dodd-Frank e il Rapporto Vickers)……. Il settore bancario italiano ritiene che le proposte del Rapporto Liikanen non siano sostenibili. Le due consultazioni svolte dalla Commissione europea hanno fatto emergere forti riserve del settore bancario rispetto alle proposte in materia di separazione delle attività di trading e la generale richiesta che la Commissione si faccia carico di un adeguato studio di impatto”.

D’altronde le “forti riserve” del settore bancario sanno di poter contare sull’appoggio incondizionato del governatore della Bce, Mario Draghi, che le rende di conseguenza imbattibili. Se ne avuta prova all’ultima riunione del gruppo di supervisione del Comitato di Basilea, presieduto, guarda caso, dallo stesso Draghi, che ha deciso di “allargare alle banche il campo dell’intermediazione finanziaria (anche sui derivati complessi) per permettere di gestire meglio i rischi collaterali del settore creditizio verso l’economia reale”.

Esattamente l’opposto cioè di quanto invocato da tanti in tutto il mondo. Non resta dunque che scommettere tutto sulla provvidenza che, come diceva Alberto Bevilacqua, “non può non venire”.

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