E’ sempre la stessa zuppa finanziaria

World-economic-forum-sliderI banchieri internazionali evitano i punti critici della ripresa debole. Le reazioni dei mercati finanziari

 

 

 

ROMA – A un certo punto era sembrato che a Davos, sulle Alpi svizzere dove si è appena concluso il World Economic Forum, cominciasse a spirare un vento nuovo di sostegno alla asfittica ripresa dell’economia mondiale. Dalle prime fasi del dibattito infatti era emersa la convinzione che per uscire definitivamente dalla crisi bisognasse tornare a far crescere la domanda per consumi e investimenti attraverso politiche retributive più consistenti, un fisco meno oppressivo e il ritorno a flussi di credito più adeguati.

Gli interventi del primo ministro giapponese Shinzo Abe, o del collega britannico David Cameron, o ancora della presidente brasiliana Dilma Roussef, avevano mostrato concretamente la praticabilità di nuovi modelli di sviluppo suscettibili di creare occupazione anche nel breve medio termine.

Poi però anche quel timido venticello si è spento e la politica monetaria, che ha dominato la scena negli ultimi cinque anni, è tornata in cattedra. L’incolpevole artefice della “restaurazione” è stata Christine Lagarde, la direttrice del Fondo monetario internazionale, che molto opportunamente aveva denunciato che “l’inflazione nell’eurozona è molto al di sotto del target e la deflazione può essere un pericolo. La ripresa è in via di consolidamento, anche se nelle varie aree ci sono delle disparità. Alcuni vecchi rischi non sono ancora scongiurati e le riforme strutturali devono essere completate”.

Il fantasma di un ristagno dei sistemi economici più avanzati, sul tipo di quello che aveva paralizzato il Giappone per vent’anni, ha riportato il dibattito tra i banchieri presenti a Davos sul terreno delle politiche finanziarie dove il governatore della Bce, Mario Draghi, ha potuto riprendersi il comando delle operazioni. “Se per deflazione intendiamo il crollo sistematico dei prezzi che si autoalimenta, allora posso dire che questo fenomeno non si vede nell’area euro. Se comunque – ha aggiunto Draghi – si dovessero manifestare cali eccessivi dei prezzi in modo congiunturale, saremo pronti a intervenire con tutti gli strumenti di politica monetaria che i trattati ci mettono a disposizione”.

E’ in fondo la stessa formula profetica che il governatore aveva usato con successo per scongiurare l’attacco della speculazione internazionale all’euro (anche se nessuno ha mai capito a quali strumenti alludesse e che grado di efficacia avessero). Resta il fatto che di economia reale da quel momento non si è più parlato e ci si è attestati (rassegnati?) su un anno di ripresa “debole, fragile”, compensata, secondo i banchieri centrali, dai fondamentale dei mercati finanziari in ordine.

In sostanza anche questa edizione del Wef va archiviata tra le occasioni perdute per affrontare le cause reali della crisi e riportare al centro della scena politica i temi del lavoro, degli investimenti, della riforma del sistema creditizio. E la dimostrazione che tutto è rimasto come prima, sull’altalena impazzita dei mercati, la si è avuta stamattina alla riapertura delle principali piazze finanziarie.

Le Borse europee perdono terreno, con Londra che cede lo 0,84% mentre Parigi oscilla intorno alla parità. Milano per il momento ha la maglia nera dei listini  sotto il peso dei bancari (-1,2%), mentre Francoforte, con l’indice sulla fiducia in risalita, si porta verso la parità (-0,09%). Questa volta a spaventare gli investitori sarebbero i mercati emergenti, la svalutazione del pesos argentino, una possibile contrazione della produzione in Cina e il declino della lira turca e del rand sudafricano.

Lo spread tra Btp e Bund è risalito a 228 punti base, con il rendimento del 10 anni italiano al 3,93%. Il differenziale tra i decennali spagnoli e tedeschi si amplia a 215 punti base con il tasso dei Bonos al 3,80%.

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