Al 10% delle famiglie la metà della ricchezza italiana

Poveri_sliderLe banali considerazioni quotidiane sulla crisi, mentre la soglia di povertà si abbassa per gli italiani

 

 

ROMA – Se la crisi non fosse una cosa estremamente seria, a leggere i giudizi della classe dirigente ci sarebbe davvero da ridere. Tutti i giornali riportano stamattina con grande evidenza le dichiarazioni della direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde. Con aria solenne e preoccupata la responsabile del più importante organismo finanziario del mondo “rivela”: “Quasi un quarto dei giovani europei under 25 non riesce a trovare un lavoro. In Italia e Portogallo più di un terzo dei giovani sotto i 25 anni è disoccupato. E in Spagna e Grecia sono più della metà”.

Dopo questa sensazionale scoperta, la Lagarde spiega ai colti e agli incliti che “fino a quando gli effetti sul lavoro non saranno invertiti, non possiamo dire che la crisi è finita. Quando la disoccupazione è alta – prosegue – la crescita è lenta perchè la gente consuma meno e le aziende investono e assumono meno”. E poi l’affondo finale: “La strada più efficace per rafforzare l’occupazione è la crescita”. Ma va?

Anche a casa nostra il dibattito sulla exit strategy più efficace viene considerato ormai superato. Così anche l’incontro del premier Letta con il primo ministro spagnolo Rajoy vola via inutilmente tra le solite giaculatorie sulla “lotta alla disoccupazione giovanile a livello europeo che rappresenta la grandissima priorità, per la quale lavoreremo (il tempo futuro ricorre sempre, ndr) affinché non ci si accontenti della garanzia per i giovani ma si facciano passi in avanti”.

Invece dunque di stabilire con il partner spagnolo una strategia comune per portare a Bruxelles le linee concordate di una nuova politica economica orientata allo sviluppo e alla ripresa degli investimenti, ci si attarda a discutere di unione bancaria come panacea di tutti i mali portati in Europa dall’austerity di questi anni.

La verità è che il semestre in corso di presidenza greca della Ue e quello italiano che seguirà dal primo luglio si dovrebbero giocare su una diversa agenda per l’Europa, con nuove regole per l’accesso al credito, una politica monetaria contro la deflazione, lo scorporo degli investimenti dai vincoli del patto di stabilità e una sospensione temporanea del fiscal compact. Ma tocca mettersi l’anima in pace: il governo delle larghe intese non ha alcuna volontà di aprire il fronte della rinegoziazione della politica europea di austerità che continua a soffocare in fasce la neonata ripresa economica.

Per averne conferma basterebbe scorrere la “Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per l’anno 2014”, appena approvata dal Consiglio dei ministri. In quel documento non c’è una riga che lasci intuire la volontà, non diciamo di battere i pugni sul tavolo della Commissione Ue, ma almeno di rinegoziare alcuni dei vincoli più soffocanti della politica economica e finanziaria della Ue.

Anzi, su quel piano la nostra soggezione alle regole stabilite a Bruxelles e a Francoforte è tale da escludere persino la separazione delle attività finanziarie più rischiose delle banche da quelle d’intermediazione tradizionale, che pure la Commissione Liikanen aveva suggerito. Il ministro Saccomanni, in partenza per Bruxelles per la riunione di domani dell’Ecofin, “non ha voluto chiarire la posizione dell’Italia sul tema”.

Non è vero, la posizione dell’Italia è chiarissima ed è stata espressa, nero su bianco, in quella stessa Relazione programmatica: “Il settore bancario italiano ritiene che le proposte del Rapporto Liikanen non siano sostenibili”. E se le banche non vogliono, da lì non si passa.
Così, mentre il governo Letta si dibatte nelle promesse e nei rinvii, gli effetti della crisi alterano non solo gli equilibri economici, ma accentuano in maniera abnorme le diseguaglianze sociali. “Il 10% delle famiglie più ricche – fa sapere la Banca d’Italia – deteneva nel 2012 il 46,7% della ricchezza nazionale, contro il 44,3% del 2008. Il 50% delle famiglie vive con meno di 2.000 euro al mese e il 20% con circa 1.200 euro al mese”.

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