Che cosa insegna Electrolux

Electrolux_sliderLa mancanza di qualsiasi politica industriale alla base del nostro svantaggio competitivo

 

 


ROMA – Dopo aver preso schiaffoni dai sindacati, dai lavoratori e dalla presidente della Regione Friuli, il ministro per lo sviluppo economico Zanonato si è deciso ad affrontare il caso Electrolux e a convocare a Roma tutte le parti coinvolte.

Sappiamo come è andata. L’azienda svedese ha ribadito che accetta un confronto aperto e senza pregiudiziali sul piano industriale e sulle prospettive occupazionali per gli stabilimenti italiani (ma su quello di Porcia sorvola), trincerandosi dietro al fatto che finora non è stata presa alcuna decisione definitiva. Il ministro ha detto senza mezzi termini che “Electrolux non ci ha convinto, perché imposta tutto sul costo del lavoro, mentre noi vogliamo parlare del piano industriale. Nei prossimi giorni faremo un incontro con Letta. Abbiamo tuttavia chiarito che non esiste una soluzione Electrolux senza che si salvi Porcia”. I governatori delle regioni (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Emilia Romagna) a loro volta hanno definito l’incontro di mercoledì “un passo avanti”. Il tavolo tecnico è stato già convocato nuovamente per il 17 febbraio.

All’apparenza potrebbe sembrare una delle 150 e passa vertenze aperte al Mise per le quali viene chiesto l’intervento di mediazione del governo, con il povero sottosegretario De Vincentis nominato sul campo responsabile della “chirurgia industriale d’urgenza”. Perché allora il caso Electrolux è diverso? E’ diverso perché l’ad della branch italiana e responsabile di tutti i siti europei della multinazionale, Ernesto Ferrario, ha posto brutalmente nel piatto le condizioni per non portare all’estero la produzione di elettrodomestici attualmente in Italia.

Secondo la versione dei sindacati, Electrolux ha proposto un dimezzamento dei salari (non l’8%, come dice l’azienda), oggi in media di 1.400 euro, la riduzione dell’80% dei 2.700 euro di premio aziendale, il blocco dei pagamenti delle festività, il taglio del 50% di pause e permessi sindacali e lo stop agli scatti di anzianità.

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Per quanto drammatico, il problema non è quello di una riduzione dell’8% o del 50% del salario, bensì quello della competitività dei prodotti manifatturieri italiani sui mercati globali. Electrolux lo ha posto forse con brutalità esagerata, dimenticando tutte le agevolazioni e gli accordi sottoscritti negli anni scorsi. Ma nella sostanza dal confronto del costo del lavoro tra gli stabilimenti europei per produzioni industriali mature non si scappa. Se in Polonia quel costo si aggira intorno ai 6 euro l’ora contro i 24 dell’Italia, per quanti sforzi possano fare i Letta, gli Zanonato, le Serracchiani, i sindacati, la battaglia prima o poi è irrimediabilmente persa.

Così come l’hanno persa quei lavoratori che almeno da 15 anni hanno visto le loro aziende abbandonare a migliaia l’Italia per emigrare in Romania, in Slovenia, in Austria e poi via via più lontano, in Africa, in Estremo Oriente. La classe politica italiana ha nascosto la testa sotto la sabbia, fingendo di non vedere i flussi migratori in uscita delle nostre imprese e l’allargamento progressivo della forbice tra le condizioni italiane di insediamento industriale e quelle di altri paesi confinanti e non.

Nell’assenza totale di politica industriale che gli ultimi governi hanno drammaticamente denunciato, suona quanto mai ipocrita l’indignazione e la sorpresa per le proposte “indecenti” della Electrolux. Si è voluta inconsciamente la “moglie ubriaca” del libero commercio mondiale, della mancata armonizzazione delle legislazioni fiscali e sociali, dei vincoli ambientali e normativi. Electrolux dimostra che non si può avere anche la “botte piena” di occupazione e di competitività. In dottrina economica e sui mercati questi sono termini assolutamente incompatibili.

D’altronde, se mai non lo si fosse capito, cinici capitani d’industria come Marchionne, o anche imprenditori illuminati come Farinetti, lo vanno dicendo da anni: “In Italia non è più possibile fare impresa profittevole. Con un ‘total tax rate’ (pressione fiscale e oneri contributivi) che supera il 70% del margine operativo non c’è alcuna possibilità di fare utili e di competere alla pari con altri sistemi economici aperti”.

Il gap di sistema è ben illustrato da questo quadro sinottico della Cgia. Se poi si aggiungono la pressione fiscale, il credit crunch, e il peso della burocrazia il divario si fa abissale. Per cui se di queste cose non si parla e non si affrontano a brutto muso almeno in Europa, non resta che rassegnarsi a 10, 100, 1000 Electrolux.

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