E’ scontro tra governo e imprese

Squinzi_slider_bisAll’ennesima ‘guasconata’ del presidente del Consiglio sulla fine della crisi, il presidente degli industriali reagisce

 

 

ROMA – In molti si sono chiesti nelle scorse settimane se, di fronte al rischio reale di “desertificazione industriale”, la linea soft della Confindustria nei confronti del governo non fosse del tutto inadeguata. L’esplosione del caso Electrolux infatti non è che la punta di un iceberg di proporzioni drammatiche fatto di 161 situazioni di crisi aperte al ministero dello Sviluppo economico per altrettante imprese medio grandi con più di 120 mila dipendenti. E poi c’è la strage delle piccole e piccolissime aziende che ogni giorno chiudono i battenti e mettono sulla strada 4, 5, 10 lavoratori, fino a formare l’esercito di 750 mila posti di lavoro persi dall’inizio della crisi.

Anche un imprenditore mite come Giorgio Squinzi si è reso conto che per la strada dei memoriali e delle petizioni non si va da nessuna parte. Il governo delle larghe intese, paralizzato dalle diatribe interne e dai vincoli comunitari esterni, non è assolutamente in grado di produrre alcun reale cambiamento.

A spingerlo d’altronde a cambiare passo sono stati non soltanto i numeri impietosi della crisi, ma le stesse analisi del suo Centro studi. L’asfittica ripresa infatti non sarà né rapida né consistente, per tre fattori. “Primo: non si è trattato solo di difficoltà congiunturali ma di veri cambiamenti epocali negli assetti produttivi globali. Nulla sarà più come prima. E i rivolgimenti hanno code lunghe, con ristrutturazioni e grandi ricadute su lavori e lavoratori. Secondo: è stata perduta capacità produttiva, tanto che il gap colmabile è la metà della riduzione registrata dal Pil, e ciò limita il possibile rimbalzo. Terzo: la dinamica potenziale, faro di ogni previsione, è calata dai ritmi striminziti stimati prima della crisi”.

In tali condizioni, si è capito che l’ennesima millanteria ottimistica del presidente del Consiglio che ad Abu Dhabi “invita a investire in Italia, perché la crisi è superata”, ha solo il profumo della propaganda. Di fronte alla quale il presidente di Confindustria non ha potuto non reagire: “I numeri non ci permettono di guardare con ottimismo verso il futuro. O il governo cambia decisamente passo e mostra più coraggio, o ad un certo punto è meglio andare a votare”. Non ci si può certo accontentare dello 0,6% di aumento del Pil previsto per quest’anno “che non basta a creare occupazione e a far ripartire il Paese”.

“E’ chiaro – ha proseguito Squinzi – che c’è una inversione di tendenza, dopo che stiamo strisciando sul fondo e, sì, probabilmente rivedremo un segno positivo, ma saranno frazioni di punti percentuali”, insignificanti anche dal punto di vista tendenziale. Il dato veramente drammatico è che “con questo trend torneremo ai livelli pre-crisi (2007) soltanto nel 2021”.

La risposta stizzita di Letta non lascia spazio al dialogo con le forze sociali: “Ognuno deve fare il suo mestiere, Confindustria aiuti a far crescere il Pil, io resto convinto che i dati giusti sono i nostri”. Di questo passo il fronte antigovernativo guidato, a sua insaputa, da Matteo Renzi, dopo aver incassato l’adesione dei sindacati dei lavoratori, si allea così col mondo delle imprese e finisce con l’assumere una forza travolgente.

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