Sentiero economico stretto per Renzi

mef-SLIDERTutto si gioca sulla scelta del ministro dell’Economia. Pressioni fortissime da Bruxelles e da Francoforte, anche tramite i fiduciari italiani

 

 

ROMA – Il totoministri ci appassiona, è come la formazione della nazionale: questi sono i candidati per la difesa, questi per l’attacco e questi sono in corsa per occupare il centro campo. Da sempre, per coalizioni di governo composite, com’è quella che si appresta a varare Renzi, il manuale Cencelli è stato una specie di “baedeker” della politica. Serviva a misurare la rappresentanza di ciascuna componente, il peso fra i deputati e senatori, fra nord e sud e fra esponenti delle correnti di ciascun partito.

Invece nell’esecutivo che sta per nascere il manuale serve a poco. Sì, verrà usato per tenere a freno le velleità di Alfano (che vorrebbe mantenere immutata la squadra Ncd del governo Letta) e per dare il contentino ai Popolari, all’Udc e a Scelta Civica. Ma tutto ruota soltanto intorno alla scelta del ministro dell’Economia.

Quello che sta accadendo in queste ore intorno alla scelta dell’inquilino di via XX Settembre non ha nulla di surreale, come qualcuno vorrebbe far credere. E’ in ballo non solo la linea economica del governo, ma la sua stessa identità e dimensione politica. Se il presidente del Consiglio incaricato non sarà messo in condizione di scegliersi il suo principale collaboratore, tutto il castello di motivazioni costruito per giustificare il ribaltone a Palazzo Chigi crollerà miseramente.

Nonostante infatti l’ostentata spavalderia, che è il tratto più conosciuto del suo carattere, Renzi sta toccando con mano la complessità dell’intero progetto e sa bene che le sorti del governo che va formando dipendono in larga misura dall’uomo che gli siederà accanto in Consiglio dei ministri e che farà da “trait d’union” con Bruxelles. D’altronde semmai non l’avesse ancora capito, ci ha pensato ieri il presidente della Repubblica, divenuto il più accreditato interprete dei voleri (e poteri) internazionali, a spiegarglielo bene. “I partner europei – avrebbe detto Napolitano al suo giovane (e inesperto) interlocutore – sono molto esigenti con l’Italia e vogliono che il nostro Paese si presenti con le carte in regola. Il nostro credito dipende da quello. Perciò il ministro dell’Economia deve rappresentare la stabilità e anche la continuità. E deve essere una persona in grado di dialogare con personaggi come Barroso o la Merkel”.

In effetti la pressione comunitaria su Renzi si va facendo ogni giorno più forte e intimidatoria. Nella riunione dell’Ecofin di inizio settimana si è sfiorata addirittura una sorta di “concussione politica e finanziaria” da parte dei più fedeli custodi della linea del rigore e dell’austerity di impronta tedesca. Preceduti dal fido Saccomanni che ha ammonito “se sforiamo il 3% la pagheremo”, il commissario Ue agli affari economici, Olli Rehn, è andato giù pesante: “Il nuovo governo italiano dovrà affrontare il problema  dell’alto livello del debito pubblico, continuare sulla strada delle riforme strutturali e mantenere le politiche di consolidamento di bilancio”. Il presidente dell’Eurogruppo nella sostanza non si è discostato di molto: “Il patto di stabilità potrebbe anche essere allentato dalla Commissione in cambio di ulteriori condizioni in termini di riforme aggiuntive”.

Ma è al demiurgo della politica monetaria e finanziaria d’Europa che si guarda con timore e rispetto. Mario Draghi infatti fa filtrare il suo pensiero sul prossimo governo attraverso i mille canali ufficiosi di cui dispone. Naturalmente non esercita alcuna pressione palese sulla scelta del candidato a ministro dell’Economia, ma le sue preferenze, non per questo meno palesi, vanno a colui che già siede a via XX Settembre, cioè a Saccomanni.

Nel colloquio con Napolitano pare che Matteo Renzi, pur recependo le “raccomandazioni” del presidente, abbia spuntato una sola concessione: “Tutti ma Saccomanni no”. Comunque il sentiero in cui l’ex sindaco di Firenze è costretto a muoversi appare ogni giorno più stretto. Da un lato infatti è merce rara oggi in Italia qualcuno che abbia un identikit che unisca competenza assoluta, autorevolezza, prestigio internazionale e indipendenza di giudizio. Dall’altro sa che se si ostinasse a sfidare i poteri forti di Bruxelles e di Francoforte si potrebbe trovare da un giorno all’altro con lo spread alle stelle e la difficoltà di piazzare sui mercati le nuove emissioni di Bot e Cct con tassi di interesse via via crescenti.

Quando Renzi dice che il cammino del nascituro governo è più complicato di quanto pensasse prende atto dei condizionamenti che potrebbero far svanire gran parte dei suoi propositi riformistici. Sa che potrà divertirsi con la riforma elettorale o con qualche job act, ma che se tocca i fili dell’equilibrio di bilancio e del fiscal compact rischia di rimanere fulminato.

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