Renzi convertito sulla via di Bruxelles

Bce_eurotowerDa euro rottamatore a difensore d’ufficio delle politica del rigore e dell’austerità. La composizione del governo conforme ai desiderata dell’Unione europea. Pier Carlo Padoan e la sua squadra i più sicuri garanti della continuità della politica economica e finanziaria

 

 

ROMA – Alla Leopolda Matteo Renzi annunciava spavaldamente di voler stravolgere gli equilibri in Europa, anche alzando la voce, se ce fosse stata la necessità, con le cancellerie del vecchio continente e con la Commissione Ue. “Basta con le imposizioni e i parametri europei, che dettano ai contadini come coltivare la terra. Chiederemo una revisione profonda dei parametri. D’altronde se all’Europa proponi un deciso cambio delle regole del gioco ti applaudono anche se sfori il 3%. È evidente che si può sforare: si tratta di un vincolo anacronistico che risale a 20 anni fa”.

Sono passati appena quattro mesi ma lo scenario è cambiato completamente. Non solo è stato conquistato il Palazzo (d’inverno) Chigi e cacciato su due piedi l’usurpatore, ma i tutor del maramaldo fiorentino, a cominciare da Giorgio Napolitano e Ignazio Visco, devono avergli spiegato un paio di cosette che gli erano sfuggite.

E siccome il ragazzo capisce le cose al volo, nel suo discorso d’investitura si è affrettato a tranquillizzare gli “influenti” di Bruxelles e di Francoforte: “L’Europa non è la madre dei nostri problemi, nella tradizione europeista l’Italia ha un futuro. Dobbiamo arrivare al primo luglio avendo fatto i compiti a casa”. Le stesse cose le ha poi confermate direttamente in una delle prime telefonate da presidente del Consiglio ad Angela Merkel, con la quale ha già fissato l’appuntamento per un vertice a Berlino il prossimo 17 marzo.

Il suggello all’istantanea conversione europeista di Renzi è venuta subito dopo dalla composizione del governo che più in linea di continuità sostanziale con i predecessori non poteva essere. Il mallevatore del governo per eccellenza infatti è fuor di dubbio Pier Carlo Padoan e per il suo curriculum e per le sue idee rigorosamente eurosservanti.

Di fatto via XX Settembre risulta ora commissariata da un blocco di funzionari di sicura fede Ue. Alla Ragioneria generale, lo snodo fondamentale della gestione amministrativa, è rimasto Daniele Franco di formazione Banca d’Italia e Commissione europea. Il nuovo capo di gabinetto è Giuseppe Garofoli, consigliere di Stato (alla faccia della proclamata lotta alla casta), già segretario generale di Palazzo Chigi regnante Enrico Letta. Dello stesso entourage lettiano sono anche il vice capo di gabinetto Luigi Ferrara e il capo della segreteria tecnica Fabrizio Pagani.

La clamorosa giravolta dell’ex sindaco di Firenze nei confronti dell’Unione europea si presta naturalmente ad una serie di considerazioni, non tutte benevoli. “Da eurorottamatore – faceva notare un acuto osservatore politico – nel giro di neppure due mesi Renzi è diventato improvvisamente una specie di difensore d’ufficio di Bruxelles, su una piattaforma sovrapponibile a quelle di Mario Monti prima e di Enrico Letta poi che da inquilini di palazzo Chigi, tra il novembre 2011 e l’inizio del 2014, hanno ispirato tutti i provvedimenti dei loro rispettivi governi al rigore e all’austerity imposti dall’Ue, cioè salassi e stangate di varia natura sulla testa dei contribuenti”.

Che cosa comporta il conclamato allineamento di Renzi all’ortodossia comunitaria? Che la politica economica del governo non si potrà discostare da quella fin qui praticata e che se vuole incassare qualche sconto sui paletti di bilancio, in modo da poter avere un po’ di risorse finanziarie da investire sulle imprese per spingere la ripresa economica, deve rispettare quello che dice Olli Rehn e non può permettersi strappi. Il commento dell’agenzia di stampa Bloomberg, secondo cui Renzi, come i suoi predecessori, di fatto prende ordini da Berlino, sembra il più aderente alla realtà.

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