La Ue picchia e il governo abbozza

Sede_Bce_Francoforte_sliderPesante requisitoria della Commissione per i nostri squilibri macroeconomici eccessivi

 

 

ROMA – Non c’è niente di nuovo sotto il sole di Bruxelles (“ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà”, Ecclesiaste 1). La breve luna di miele della Ue con il governo Renzi e il suo ministro dell’Economia è finita subito e la Commissione torna a redarguire l’Italia per gli “squilibri macroeconomici eccessivi”.

Non è passato nemmeno un anno (maggio 2013) da quando la Commissione europea ha decretato per l’Italia la fine della stagione dell’austerità, con la decisione di chiudere la procedura per deficit eccessivo. L’Italia rientrava così nel gruppo dei paesi virtuosi che rispettano i limiti del patto di stabilità europeo, mentre altre sei paesi, tra cui Francia, Spagna e Olanda, avevano bisogno di due anni di proroga per scendere sotto la soglia di Maastricht.

Cosa è successo di così drammatico da riportare in così breve tempo l’Italia nella tempesta comunitaria? Niente, assolutamente niente, se si eccettua il letargo del governo Letta. Ciò nonostante la Commissione Ue, pur riconoscendo i progressi fatti rispetto agli obiettivi di medio termine, ritiene che “l’aggiustamento del bilancio strutturale nel 2014 appare insufficiente a ridurre il grandissimo debito pubblico ad un ritmo adeguato”.

Se pertanto entro giugno, quando la stessa Commissione darà le pagelle ai paesi dell’eurozona, non ci saremo messi in regola con le richieste dell’Europa, scatterà una nuova procedura d’infrazione per eccesso di squilibrio macroeconomico e andremo un’altra volta dietro la lavagna con i cattivi, sottoposti ad uno “specific monitoring”, ovvero ad una sorta di commissariamento, con relative sanzioni.

Addio dunque ai sogni di gloria renziani di “cambiare verso” alla politica di austerità, presentandosi a Bruxelles con i compiti a casa, quelli fatti e quelli promessi, e ottenere in cambio l’allentamento del patto di stabilità e l’applicazione della “golden rule” per scorporare dal deficit alcune categorie di investimenti produttivi. C’è chi sospetta persino che l’inasprimento dei toni del “mastino” Olli Rehn, abbia in realtà carattere preventivo, per stoppare sul nascere qualsiasi richiesta di cambiamento.

Il effetti il voltafaccia di Rehn appare alquanto sorprendente se si considera che soltanto una settimana fa lo stesso commissario dichiarava pubblicamente che “il nuovo ministro dell’economia italiano Padoan è autore di molti rapporti su crescita e riforme strutturali e sa cosa fare in Italia per rilanciare la crescita”. C’era da aspettarsi quanto meno che gli fosse dato il tempo per farle quelle cose per cui era stato riconosciuto idoneo.

Come ha reagito il governo a questa inaspettata lavata di capo? In maniera assolutamente rassegnata. Il ministro Padoan si è affrettato a dire che le raccomandazioni della Commissione Ue corrispondono esattamente a quelle del governo italiano e che “l’esecutivo intende dare una svolta al processo di riforma per rafforzare la competitività e garantire una crescita forte e ricca di posti di lavoro”. Il premier a sua volta aveva già dichiarato la resa quando pochi giorni fa aveva detto che “l’Italia deve adempiere ai propri obblighi e deve tenere i conti in ordine non perché ce lo chiede l’Europa ma perché ce lo chiedono i nostri figli”.

Evidentemente anche il premier, con la sua riconosciuta abilità dialettica, ha voluto esprimere la stessa rassegnata saggezza di Ferrini, il venditore romagnolo di pedalò di arboriana memoria: “Non capisco, ma mi adeguo”. Così svaniscono non solo i sogni di cambiamento di Renzi, ma anche quelli di tutti gli italiani.

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