Il sindacato energia della Cgil sulla crisi

Tralicci_slider180 mila lavoratori a rischio. Dalla grande alla piccola impresa le principali vertenze aperte

 

 

ROMA – ‘Allarme lavoro’ è il dossier elaborato dalla Filctem-Cgil, che si avvia al congresso nazionale (Perugia 8-10 aprile), sulla crisi di imprese, comparti e aree industriali della chimica, del tessile, dell’energia e delle manifatture. Un report sul dramma collettivo che dal 2008 ad oggi – tra licenziamenti, mobilità, cassa integrazione, processi di ristrutturazione, contratti di solidarietà – ha già coinvolto oltre 180.000 lavoratori (90.000 solo nel settore tessile, più di 12.000 nell’industria farmaceutica, oltre 6.000 nella raffinazione, ecc.) e che sembra non avere fine. Ovunque, dalla grande alla piccola impresa, siamo in una situazione di forte sofferenza e difficoltà.

Nell’assise nazionale dei quadri e delegati svoltasi a Roma alla fine dell’anno scorso, gli interventi dei delegati hanno “messo a fuoco” quelle vertenze (Prato, Vinyls, Omsa, Bridgestone, Civita Castellana, Solvay, Pirelli, raffineria Eni di Gela, Tirreno Power, ecc.) che sembrano non avere mai fine, per le quali – in alcuni casi – si aspettano risposte concrete da anni. Probabilmente Prato (dopo la tragedia del 1 dicembre 2013, la Filctem si è costituita parte civile) non rappresenta solo la più grande concentrazione di lavoro nero, al limite della brutalità e della schiavitù che esiste in Europa, ma anche un territorio che ha perso oltre 12.000 addetti solo nel distretto tessile dall’inizio di quella crisi che non accenna a diminuire.

In particolare colpiscono “gli annunci di grandi gruppi – sottolinea Emilio Miceli, segretario generale della Filctem-Cgil – che si ritirano dal contesto italiano ed europeo sono davvero pesanti: molti di loro considerano esaurita l’esperienza industriale nel nostro paese, senza che le istituzioni – italiane ed europee – muovano un dito, siano in grado di una vera discussione su ciò che sta avvenendo. Se poi – aggiunge il segretario – ci limitiamo al nostro ambito, le stesse nostre grandi aziende (Enel ed Eni su tutte) agiscono tutte in condizioni di grandi difficoltà nel mercato italiano. Nel caso di Eni poi, se il Governo insiste nella cessione – a mio parere sbagliata – delle quote di partecipazione del Tesoro, si rafforzerà inevitabilmente un orientamento dell’azienda  proteso a concentrare la propria attenzione fuori dall’Italia. Così – sostiene Miceli – perdiamo dividendi stabili solo per un ristoro momentaneo del bilancio dello Stato. Risultato? Diminuiranno gli investimenti in Italia, altro che interessi del Paese!”.

Che fare per risollevare le sorti dell’economia reale? Due proposte su tutte, avanzate dalla Filctem: la prima, investire una parte dei proventi derivanti dal riequilibrio della tassazione delle rendite e dalle cedole milionarie che, ad esempio Eni ed Enel, “staccano” ogni anno allo Stato per contribuire a finanziare almeno il loro lavoro industriale, ricerca, chimica di base e “verde”, raffinazione e settore termoelettrico; la seconda, abbassare il costo dell’energia, decisamente fuori competizione (+30% che in altri Paesi concorrenti) e che purtroppo rappresenta un deterrente formidabile per investimenti nella ceramica, chimica, vetro, gomma-plastica, notoriamente settori energivori: “Non sarebbe utile – si domanda Miceli – chiedere all’Autorità per l’energia una moratoria sugli aumenti dell’energia per almeno tre anni?”.

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