L’ira funesta di Marino contro l’Acea

Marino_slider_terIl sindaco contesta vibratamente la convocazione dell’assemblea per il 5 giugno e reclama l’immediato Odg

 

 

ROMA – Il consiglio di amministrazione di Acea aveva deciso lunedì scorso di prendere tempo sulle richieste del sindaco di Roma Ignazio Marino e convocare per il 5 giugno l’assemblea per l’approvazione del bilancio. Entro il 2 aprile, aggiungeva, sarà definito l’ordine del giorno in cui si “terrà conto della richiesta pervenuta dal Sindaco di Roma Capitale, in merito alla riduzione dei componenti del cda, la nomina del consiglio, del presidente e la determinazione del compenso del consiglio”.

Ma la decisione del Cda non è andata giù a Marino, che ha sparato un’altra bordata contro il collegio sindacale di Acea, denunciando a muso duro che il cda della società ha “stravolto il calendario societario” che prevedeva l’approvazione del bilancio nel termine ordinario di legge del 30 aprile. “Rispetto ai punti all’ordine del giorno richiesti dal socio di maggioranza – si legge nella lettera-diffida di Marino – la dilazione reca gravissimo danno alla società, agli azionisti e a Roma Capitale riguardando sia l’assetto della governance societaria sia gli emolumenti del consiglio di amministrazione che gli attuali componenti stanno continuando a maturare nella inammissibile dilazione che essi stessi stanno generando”.

Un fatto è certo, la querelle tra il socio di maggioranza e la sua principale partecipazione industriale i danni, non solo di immagine, li sta già procurando: da quando la lite è cominciata il titolo in Borsa non fa che perdere terreno (solo ieri ha lasciato sul campo lo 0,94% pur in un mercato tonico che invece ha guadagnato l’1,37%). Il commento più eloquente l’ha fatto il presidente di Unindustria Maurizio Stirpe: “Le imprese del Lazio ed io personalmente stiamo assistendo in maniera a dir poco sbigottita a come il Comune sta affrontando la questione Acea, forse l’unica società partecipata che non dovrebbe essere al centro delle mire del sindaco Marino in un momento così delicato per la vita e le finanze della nostra Capitale. In tutti i Paesi ‘normali’ il passaggio politico non equivale automaticamente a un cambio di governance. Il sindaco, con questa battaglia, sta dando l’idea che le cose tornino a posto solo se i nominati nel Cda, indipendentemente dai risultati raggiunti, che sono assai soddisfacenti, siano scelti dal primo cittadino. Una tragedia per un’azienda quotata: una città come Roma non merita un tale trattamento”.

La crociata di Marino d’altro canto non ha comportato solo conseguenze finanziarie, ma anche stress politici all’interno del consiglio comunale. E’ di poche ore fa una mozione del consigliere Udc Ignazio Cozzoli, condivisa da tutti i gruppi tranne quello del Pd, in cui si denuncia che “la comunicazione inviata  al consiglio di Acea, in carenza di esplicita delega da parte dell’Assemblea Capitolina, risulta di fatto illegittima intervenendo su modifiche della consistenza dell’organo di amministrazione, su revoca e nomina di amministratori e su modifiche del piano industriale”. Oltre quindi alle reazioni degli altri soci del gruppo e alle richieste di chiarimenti da parte della Consob, anche gran parte dei consiglieri comunali “chiedono formalmente al sindaco di riferire all’Assemblea Capitolina circa gli intendimenti di questa Amministrazione nei confronti dell’assetto societario dell’azienda partecipata Acea e raccogliere puntuali indicazioni onde consentirle di fornire eventuale delega espressa in merito”.

Ma il primo cittadino, assistito dal suo legale di fiducia, l’avvocato Gianluigi Pellegrino, continua ad attaccare a testa bassa, incurante delle critiche e delle conseguenze della propria condotta. Finora peraltro, a dire il vero, non è chiaro chi comanda effettivamente le operazioni, se il sindaco che da un anno conduce una sua battaglia personale contro il vertice dell’azienda, o il suo consigliere giuridico che sfida in campo aperto i pareri pro veritate dei più autorevoli studi legali del Paese.

D’altronde diceva Machiavelli: “La prima idea che ti fai di un Principe, del suo cervello, è vedere li uomini che lui ha d’intorno”. Ora, senza nulla togliere al talento giuridico dell’avv. Pellegrino, il rischio che la corsa possa finire contro un muro non è del tutto aleatorio. A sostenere una tale ipotesi, potrebbe essere, in punta di diritto, la normativa contenuta nel Testo unico sulla finanza affidata al controllo della Consob che ha già mostrato di tenere gli occhi ben aperti sull’intera vicenda dell’azienda quotata; oppure, in punta di finanza, gli oneri che l’eventuale ribaltone del cda scaricherebbe sul bilancio dell’azienda (il ‘Sole 24 Ore’ ha stimato in circa 7 milioni di euro il costo della revoca anticipata senza giusta causa degli attuali amministratori e dei sindaci) sicuramente superiori ai benefici che potrebbero derivare dall’invocata riduzione dei loro compensi; oppure, in base al codice civile, l’obbligo di un’assemblea straordinaria dei soci per approvare le modifiche statutarie richieste dal sindaco; oppure, last but not least, le conseguenze imprevedibili che la rottura dei rapporti con i soci privati dell’azienda potrebbe determinare.

Ma l’avvocato Pellegrino si mostra spavaldamente sicuro del fatto suo e della illimitata fiducia di cui gode presso il Pd. Quella fiducia che indusse, per esempio, il presidente della Regione Lazio Zingaretti ad affidargli un incarico di consulenza legale in Regione mentre lo stesso faceva parte del pool difensivo nelle cause amministrative degli Angelucci, i re delle cliniche private convenzionate proprio con la Regione. Quella sfida ad ogni regola di compatibilità e di conflitto di interessi mandò su tutte le furie il Movimento 5 Stelle che per bocca del consigliere regionale Porrello sostenne eufemisticamente che “affidare un incarico di consulenza legale all’avvocato della controparte non garantisce affatto l’imparzialità necessaria per questo ruolo”.

In una non dimenticata intervista, il noto docente di relazioni internazionali Angelo Codevilla, traduttore tra l’altro del Machiavelli, diceva che “talvolta il Principe domina i consiglieri, come fecero Stalin e De Gaulle, altre volte succede l’opposto, come fecero quelli dell’imperatore Eliogabalo comandati da sua madre”. Nella metafora storica, a chi andrebbe addebitata la responsabilità maggiore di quanto sta accadendo in Acea, al Principe/Marino o al suo Consigliere/Pellegrino? Non c’è altro da fare che attendere l’esito finale del braccio di ferro per saperlo.

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