Viva l’Italia che se ne va all’estero

Mercatino-aperto-sliderL’ondata di acquisti di aziende e di banche italiane continua senza sosta. L’accelerazione delle ultime settimane


 

 

ROMA – La cadenza degli annunci si è fatta oramai quotidiana: ogni giorno un pezzo d’Italia industriale e finanziaria finisce in mano straniera. E tutti applaudono per la ritrovata fiducia degli investitori esteri per il nostro paese. Nella diagnosi del fenomeno fatta da uno che certamente se ne intende, come l’amministratore delegato del Credit Suisse in Italia, Federico Imbert, “la bilancia dei pagamenti in Italia è passata da un deficit del 4% del Pil nel 2011 ad un surplus attuale dello 0,8% che potrebbe arrivare al 2% nei prossimi mesi. Non solo, la somma del debito pubblico e privato sul Pil è in linea con quello della Svizzera e prima di Usa, Gran Bretagna e Francia. Sulla base di molti parametri siamo uno dei paesi più virtuosi d’Europa”.

E se lo dice lui, che siede insieme alle altre grandi banche d’investimento intorno al piatto ricco delle privatizzazioni e acquisizioni italiane, c’è senz’altro da credergli. D’altronde basta sfogliare l’agenda dell’ultima settimana. Si è riunita a Torino per l’ultima volta l’assemblea dei soci della Fiat, poi anche simbolicamente il portone della nostra più grande azienda manifatturiera si chiuderà per sempre. Subito dopo la Consob ci ha fatto sapere che il fondo statunitense BlackRock ha comprato in un colpo solo oltre il 5% di Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mps (dove JpMorgan Chase già controlla un altro 2,5%). Contemporaneamente la Banca Popolare Cinese ha raccolto una quota di poco superiore al 2% sia di Eni che di Enel, i due maggiori gruppi energetici del Paese. E’ di ieri la notizia che la Fondazione Monte dei Paschi di Siena dopo 500 anni non è più il socio di riferimento di Mps: dopo aver ceduto infatti consistenti quote del suo storico pacchetto azionario, che ancora a inizio marzo pesava per il 31,4%, ha venduto il 4,5% al fondo Fintech Advisory, controllato dal finanziere messicano David Martinez Guzman, e un altro 2% al fondo brasiliano Ptg Pactual; in mano gli è rimasto solo il 5,7% della banca. Il gruppo russo Rosneft sta per comprarsi una bella fetta di Pirelli.

Che cosa c’è da applaudire a questo mercatino italiano al dettaglio davvero non si capisce. I centri decisionali delle principali imprese industriali e dei centri finanziari, da cui dipendono le sorti dello sviluppo del Paese e dell’occupazione, lasciano irrimediabilmente l’Italia e si spostano a Detroit, a Wall Street, a Pechino, a Mosca, a Parigi, a Città del Messico. Finchè il vento continuerà a tirare a favore i capitali affluiranno in cerca di opportunità e di alti tassi di remunerazione, poi quando cambierà se ne andranno altrove con la stessa disinvoltura, secondo la logica multinazionale della massimizzazione dei profitti.

L’anno scorso titolavamo una nostra inchiesta “Cronaca di un paese in (s)vendita”. Lo spunto era dati da un dossier che raccoglieva la selezione di 130 importanti aziende di tutti i settori merceologici che negli ultimi anni per motivazioni differenti avevano registrato cambiamenti nella proprietà, alla faccia della nostra “golden share” rimasta chiusa nel cassetto dei governi Monti, Letta e, probabilmente, Renzi.

Quel dossier, come abbiamo visto, continua a crescere ogni giorno e l’ondata di piena delle privatizzazioni deve ancora arrivare, mentre i posti di lavoro crollano e il numero dei disoccupati sfonda il tetto storico del 13%. E’ ancora Imbert che ci fa capire la direzione di marcia: “Il programma di privatizzazioni, avviato dal governo Letta, è stato fatto molto bene. C’è forte interesse per le quotazioni di Poste e Fincantieri, ma anche attenzione per Enav, Sace e Ferrovie, oltre che per il patrimonio immobiliare”. Il mercatino Italia dunque non chiude, anzi dà inizio agli ultimi saldi di stagione.

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