Schediamo la polizia invece dei delinquenti?

Tafferugli_apeIl sen. Manconi propone di imprimere un contrassegno di riconoscimento su ogni poliziotto o carabiniere. La lucida analisi di Pier Paolo Pasolini

 

 

 

ROMA – Nel sacrosanto rispetto dei diritti umani, in cui il nostro Paese non è secondo a nessuno, si assiste talvolta ad eccessi che rasentano il paradosso. Sono anni che nella delicatissima gestione dell’ordine pubblico si registra un progressivo spostamento di responsabilità e di attenzione mediatica da quanti quell’ordine minacciano a quanti sono chiamati a difenderlo.

Se volessimo datare questo processo di “eterogenesi dei fini”, per dirla con Vico, dovremmo forse risalire ai fatti della scuola Diaz avvenuti durante lo svolgimento del G8 di Genova nel luglio 2001. Gli eccessi di quella repressione furono unanimemente condannati dall’opinione pubblica e dalla magistratura, sebbene maturati in un clima di tensione psicologica e di guerriglia urbana con pochi precedenti.

Nuovi soggetti dell’eversione, violenza sistematica, tattiche e mezzi di attacco approntati scientificamente, internazionalizzazione dei movimenti, fecero allora la comparsa sulla scena della lotta politica. Sia che si trattasse della contestazione di un’opera pubblica come la Tav o la rivendicazione di un legittimo diritto alla casa, l’opposizione ad una politica economica devastante o la protesta contro privilegi o abusi, da quel momento ogni evento, in sé assolutamente legittimo, fece da catalizzatore di forme violente di teppismo e aggressione.

Contro quell’attacco e in difesa dell’ordine democratico costituito, lo Stato schiera le proprie forze di sicurezza: poliziotti, carabinieri, guardie di finanza che per mille euro al mese vengono mandati a contrastare i facinorosi, a prendere botte, insulti e bombe molotov. Lo scontro è immancabilmente violento, da una parte e dall’altra, e non è affatto escluso che talvolta anche tra le forze dell’ordine nella rissa possano esserci eccessi comportamentali. Ma questi, una volta accertati, siamo sicuri che vengano sanzionati; gli altri no, restano immancabilmente impuniti.

C’è invece chi, come il senatore Luigi Manconi, nella sua eterna (e inconcludente) battaglia “contro”, propone di schedare i poliziotti per reprimere “i comportamenti irregolari, se non anche penalmente rilevanti, di alcuni agenti”. A questo scopo il presidente della Commissione per i diritti umani del Senato ha presentato nei giorni scorsi un disegno di legge che prevede che “a tutti gli uomini chiamati a gestire e a disciplinare operativamente l’ordine pubblico venga assegnato un codice alfanumerico personale, da apporre ai lati e sul retro del casco di ordinanza, nella parte superiore dell’uniforme sia davanti che dietro, sui pantaloni e infine sugli stivali o sulle scarpe in dotazione” (e perché non impresso a fuoco sull’avambraccio? ndr).

Siamo alla versione trash della commedia dell’assurdo che anche Samuel Beckett rinnegherebbe con sdegno. Invece di individuare e reprimere i black block (o la versione aggiornata dei blu block), gli esponenti più facinorosi dei centri sociali, dell’Autonomia e dei movimenti antagonisti, il paladino dei diritti umani vuole neutralizzare e intimidire chi difende la nostra libertà fisica e la nostra indipendenza di pensiero.

Prima di esprimere simili idiozie, il sen. Manconi dovrebbe andare a rileggersi quanto diceva 46 anni fa, con la riconosciuta lucidità, il poeta Pier Paolo Pasolini:

“Adesso i giornalisti di tutto il mondo,
compresi quelli delle televisioni
vi leccano il culo. Io no, amici.
Siete paurosi, incerti, disperati,
ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano……..”.

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